Perdere una Dea...

Questa, apparentemente, sembra una storia come tante, di lavoro minorile, di
bambini costretti a orari massacranti, ma a ben vedere ha delle peculiarità
incredibili. Sì, perchè la bambina in questione, Sajani Shakya, 10 anni, faceva
di mestiere la Dea, in Nepal, ed è stata licenziata senza uno straccio di
preavviso!

E' bastato un viaggio in America, e peraltro un viaggio di lavoro per girare un
documentario sulla vita delle bambine come lei, e i suoi datori di lavoro, un
comitato di saggi che farebbe impallidire il sommo Caio Shin, ne ha decretato
l'immediata cessazione dalla carica per "Impurità sopravvenuta".

Dunque è bastato violare una regola per perdere lavoro, dignità e persino il
diritto alla pensione, insomma, un licenziamento con disonore! Ma forse, più che
una disgrazia, questa è stata la sua fortuna.

In Nepal, infatti, Sajani era considerata una delle Kumari (trad. vergini),
incarnazioni della dea Taleju Bhawani. Le Kumari sono tante, ma le più
importanti sono 3: quelle di Patan, Kathmandu e Bhaktapur, le città reali. Fino
al raggiungimento della pubertà, momento nel quale perdono la purezza e vengono
detronizzate, possono uscire dal loro Palazzo-prigione appena 3-4 volte l'anno e
in particolari occasioni, come il ringraziamento del dio della pioggia.

E dire che per diventare Kumari la piccola, oltre a dimostrare di avere lingua
piccola, collo a conchiglia e cosce di daino, aveva dovuto superare 32 prove
difficilissime, anche chiamate "attributi della perfezione" (Ercole ne aveva
dovute patire solo 12!), come, ad esempio, stare rinchiusa in uno stanzone al
buio, con teste mozzate di bufalo e alcuni tizi travestiti da demomi; e il tutto
senza versare nemmeno una lacrima!

Ma c'è di più: una bimba che diventa kumari difficilmente può poi trovare
marito, dato che, secondo una credenza popolare, chi sposa una di loro è
destinato ad una vita breve.

A parte i ragionevoli dubbi di tipo etico, che possono al limite essere superati
pensando che si tratta di tradizioni antichissime, ne rimangono di ordine
giuridico. Non a caso nel novembre scorso la Corte Suprema del Nepal ha ordinato
un'inchiesta per stabilire se questa usanza abbia portato a casi di sfruttamento
minorile. Questa volta non è per fare sfilate, film, canzoni da gettare in pasto
a ogni incauto navigatore web; certo il posto di lavoro in questione era molto
ambito, ma i dubbi sono sempre quelli. A questa bambina, anche a prescindere
dalla sua prematura "sdeizzazione", chi restituirà l'infanzia perduta?

05-07-2007 - di Alessia Giangreco - kidzone.blogosfere.it

All'Olimpico è la notte delle Pietre Rotolanti

ROMA (5 luglio) - Sei luglio 2007. Non scorderanno mai questa data i
quarantamila che all'Olimpico si preparano ad accogliere i Rolling Stones. Non
potranno mai dimenticare perché è la quarta e forse ultima visita a Roma della
più grande rock and roll band del pianeta. Dice Mick Jagger che non è vero:
«Certo, siamo invecchiati ma questa aria da ultimo valzer non ci piace.
Continueremo a salire su un palco finché uno di noi non morirà. Solo a quel
punto smetteremo».

Tutto è cominciato il 6 aprile del 1967, un giovedì, al Palasport dell'Eur.
Allora erano i rivali dei Beatles, c'era ancora Brian Jones. Ce la misero tutta
ma l'acustica era pessima. Grande la chiusura con Satisfaction da un quarto
d'ora. Poi ci fu il 29 settembre (1970), prima volta di Jumping Jack flash e
Simpatthy for the devil.

Vent'anni dopo, li ritrovammo in una Roma in ferie, depressa dalle notti magiche
di Italia '90 finite col terzo posto. Pieno il Flaminio il 25 luglio, quasi
vuoto il giorno dopo. Un tradimento costato alla città una punizione lunga
sedici anni. I Rolling hanno evitato Roma nel 2003 e nel 2006.

Adesso rieccoli. Il tempo non sembra passato ma è una bugia. Charlie ha superato
un cancro alla gola, Ron più di un ricovero nelle cliniche specializzate in
alcolismo, Keith ha le dita più artritiche e un accenno di baffi, Mick qualche
ruga in più. Ma sono sempre i migliori. Cominceranno con Start Me Up, censurato
al Superbowl, perché c'è un uomo che dice a una donna: «Se mi dai il via, se mi
fai venire non smetterò più», e chiuderanno con Satisfaction. In mezzo potrebbe
entrarci Con le mie lacrime (As tears go by) cantata in italiano. Un anno fa a
Milano la fecero, ma non si può mai sapere. L'unica certezza è che hanno pronti
ottanta pezzi.

Hanno cominciato nel 2005, vengono dalla Spagna, sono diretti in Montenegro e
chiuderanno il 26 a Londra. Per sempre? Difficile dirlo con quattro tipi così.
Sono il gruppo che dal vivo ha avuto il maggior numero di spettatori della
storia. Hanno traghettato il rock di Chuck Berry nel ventunesimo secolo. Hanno
venduto milioni di dischi. La più grande band del rock? Rock della terza età? I
Rolling sono semplicemente il rock. Godiamoci questa serata.

di Massimiliano Gasperini - 05-07-2007 - ilmessaggero.it

Non è allarmismo ma parola dell'Oms

Eco dalle Città incontra Roberto Bertollini, direttore del dipartimento europeo dell'Oms. Un'intervista di cui non vorremmo avere l'esclusiva...

Intervista di Paolo Hutter e Federico Vozza

Incontriamo Roberto Bertollini a margine della presentazione della relazione annuale sullo stato dell’ambiente in Piemonte e ne approfittiamo per fargli qualche domanda. Il direttore del Dipartimento europeo sull’ambiente e la salute dell’Oms, che ha competenza su 53 Paesi, ricopre questo ruolo dal 2004, dopo essere stato per quattro anni a capo di tutti i programmi tecnici dell’Oms Europa.

Dottor Bertollini, recentemente, in occasione della giornata mondiale dell’ambiente, l’Oms ha organizzato una conferenza in cui sono state presentate le stime sulla mortalità italiana per Pm10. La notizia è circolata per due giorni quasi come fosse nuova…

Invece è esattamente di un anno fa!

Qualcuno, per esempio il Sindaco di Torino, ha parlato di allarmismo. E’ già successo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità venga accusata di allarmismo su alcune statistiche o ricerche?

Sì, è successo in molte occasioni. Direi che una delle circostanze in cui questo si è verificato con più forza è stato in concomitanza dell’influenza aviaria, quando sottolineammo la necessità di precauzioni. Anche esponenti politici hanno lamentato il fatto che ancora non ci sia stata la pandemia, invece di essere contenti… In realtà alcuni ricercatori attribuiscono proprio all’intensità delle misure di prevenzione la mancata diffusione. Il fatto che ci sia stata una prevenzione molto accurata dell’influenza aviaria negli animali ha fatto sì che la probabilità che questo virus si mescolasse con quello umano sia diminuito. Questo è stato uno dei casi. Per il problema dell’inquinamento più volte sono state espresse perplessità. A mio parere c’è una difficoltà a capire la natura del numero, cioè si tende a pensare che si tratti di 8 mila persone identificabili una per una come persone che muoiono per motivi legati all’inquinamento. Questo ovviamente è impossibile. In realtà è impossibile in particolare in questa casistica perché si tratta di valutazioni statistiche che tengono conto della distribuzione del fattore di rischio e di un’altra serie di fattori confondenti della popolazione, non dell’individuo. Quindi in questo caso è impossibile attribuire direttamente una morte. Con le recenti ondate di caldo si è detto, e ho letto sui giornali, di due anziani “morti a causa del calore”. Esiste un particolare tipo di ictus dovuto al calore che può determinare una morte improvvisa. La diagnosi in questo caso può essere specifica. Ma quando si sono viste le statistiche per esempio del 2003 non si è mica guardato al singolo caso: si è tenuto conto della mortalità complessiva nel periodo dell’ondata di calore. Non sappiamo se il signor François o il signor Michel siano morti solo per il calore, o la loro morte sia imputabile ad altre cause. Sappiamo però che in quel periodo sono morte molte più persone del solito. Questo è un ragionamento difficile da trasmettere.

Insomma, è veramente difficile individuare nel singolo caso, nella singola morte anticipata, gli effetti dell’inquinamento, Questo capita un po’ per tutto o è una caratteristica specifica dell’inquinamento atmosferico?

No, questo capita per tutte quelle patologie che hanno origine multifattoriale, tranne che per quelle problematiche per le quali esiste un fattore di rischio predominante in modo totale, ad esempio il fumo a cui è imputabile il 90/95% dei tumori al polmone. Il mesotelioma della pleura è un tumore che praticamente non esiste in natura. Per cui se si riscontra ci deve essere un’esposizione all’asbesto. In quel caso non c’è dubbio, si può dire che il tumore del signor Rossi è dovuto al 99,99% all’esposizione all’asbesto. Nel caso del particolato o di altre esposizioni entrano in gioco vari fattori che bisogna analizzare. Per esempio, se si prende in considerazione la morte prematura di un fumatore, per di più sottoposto ad alto inquinamento atmosferico, con una malattia cardiovascolare, è difficile stabilire che cosa sia stato più determinante tra la malattia o il fumo. Sono fattori che possiamo analizzare solo in ambito statistico.

Tornando alla premessa, Organizzazione Mondiale della Sanità significa un soggetto la cui autorità è riconosciuta in tutto il mondo? Cioè, è come dire “parlano le Nazioni Unite”?

Beh sì, noi siamo l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite. Lavoriamo sulla base di un mandato politico-istituzionale di supporto alle politiche socio-sanitarie degli Stati membri. Per fare questo dobbiamo fare una serie di cose. Dalle valutazioni per esempio delle conoscenze scientifiche e la loro validità e traduzione in politiche al ruolo di supporto verso i Paesi che mettono in piedi politiche sanitarie a favore della popolazione o di certi problemi particolari; ci occupiamo poi di promuovere accordi internazionali su argomenti rilevanti come ad esempio il tabacco, di fare attività di advocacy, cioè di promozione di problematiche importanti quali quelle delle patologie legate all’ambiente.

Ci sono stati dei casi in cui l’Oms ha fatto una valutazione autocritica per aver in effetti fatto allarmismo su qualcosa?

Che io ricordi no. Però posso sbagliarmi. Beh sì, forse un caso me lo ricordo. La valutazione dei sistemi sanitari che è stata fatta nel 2000. Venne fatta una valutazione dei sistemi sanitari e vennero classificati secondo alcuni criteri relativi alla capacità di raggiungere i cittadini. All’epoca furono messi in discussione alcuni criteri utilizzati per fare questo tipo di analisi. Alcuni Paesi, classificati molto bassi rispetto a quello che si aspettavano, hanno fatto un po’ le pulci al merito e una serie di critiche, a mio modo di vedere in parte giustificate, in parte no.

Per quanto riguarda le vostre valutazioni relative al Pm10, ai valori medi annuali e alle conseguenze sulla salute, i Governi o le Istituzioni locali, vi hanno fatto avere delle obiezioni?

No, non hanno fatto delle obiezioni. Direi di più, il nostro lavoro ispira le linee guida adottate dall’Unione Europea come riferimento per le loro proprie politiche. Il gruppo che ha curato la preparazione delle linee guida è coordinato dal nostro ufficio di Bonn ed ha anche redatto il rapporto Cafè (Clean Air For Europe, un progetto di qualche anno fa) utilizzato giustappunto per rivedere gli standard di qualità dell’aria nei paesi dell’Unione Europea. E i Paesi non hanno mai espresso critiche particolari. Ovviamente quando una città, una regione, o un paese, viene a essere classificato come in difficoltà da questo punto di vista, magari ha delle riserve o comunque non gli fa piacere.

Quindi più da un punto di vista emotivo. Non è che arrivino da voi e vi dicano “no, qui è sbagliato”…

No. Poi, francamente, benché tutto possa essere migliorato, su queste stime mi sento parecchio tranquillo.

C’è stato però un ex-ministro della Sanità, nonché considerato massima autorità italiana nel campo dei tumori, Veronesi, che ha contestato la tesi per cui l’inquinamento possa essere causa di tumore al polmone.

Ritengo che abbia fatto un ragionamento che, dal punto di vista numerico non sia contestabile, nel senso che se andiamo a valutare l’origine dei tumori nel complesso sappiamo che sono attribuibili esclusivamente a fattori ambientali nella proporzione tra l’1 e il 4%, però questo significa per l’Italia 10 mila tumori all’anno. A me non pare un numero trascurabile.

Di “origine ambientale”, quindi stiamo parlando ad esempio sicuramente di non fumatori.

Esatto. Ovviamente se andiamo a parlare del fumo che causa decine di migliaia di morti all’anno, di tumori del polmone, evidentemente il dato non è confrontabile. Il dato assoluto è più importante. Tra l’altro le conoscenze scientifiche evolvono. Quindi, come ho cercato di far vedere anche oggi, ci sono delle interazioni tra fattori ambientali e abitudini di vita, dieta e inquinamento, che hanno delle relazioni la cui natura molto spesso non è così ben compresa a tutt’oggi. Pertanto dobbiamo avere un atteggiamento di prudenza su alcuni aspetti. Io non escludo per esempio che l’epidemia di obesità, dovuta principalmente a motivi legati alla dieta e alla mancanza di attività fisica, non abbia un elemento amplificatore legato all’ambiente. Così come, per esempio, l’esposto ad asbesto ha una probabilità più elevata di avere un tumore del polmone se è anche fumatore, questi fattori spesso si moltiplicano uno con l’altro.

Sulla stima legata al Pm10 ha detto di essere abbastanza sicuro. E l’ozono?

In termini di mortalità sembrerebbe valere solo un decimo. L’ozono è un fattore che è stato studiato da poco tempo. Sì, vale un decimo, anche se gli studi fatti sull’ozono sono ancora pochi e la stima che abbiamo è, a mio modo di vedere, una stima conservativa, cioè che dà un rischio piuttosto basso. Non escludo che in futuro queste stime possano raffinarsi e migliorarsi. C’è da dire che l’ozono è stato molto meno studiato rispetto al particolato perché è un problema quasi solo mediterraneo.

Potrebbe essere stato l’ozono un’importante causa nelle morti dell’estate 2003?

Sì, esiste un’interazione tra inquinamento da ozono e ondata di calore. Se all’ondata di calore si accompagna un alto livello di ozono c’è un effetto moltiplicativo sulla mortalità.

Ha qualcosa da dire sulla differenza spropositata tra quanto la gente ha paura della microcriminalità e quanto molto meno sembra preoccuparsi dei fattori pubblici nel determinare la propria salute? Per fare un paradosso, ci fossero 8 mila morti premature causate dalla microcriminalità, avremmo la gente che reclama lo stato d’assedio. Non crede?

Adesso è difficile fare questo confronto con la microcriminalità. Esistono però tutta una serie di ricerche e studi, storici per certi aspetti, che valutano le variabili relative alla percezione del rischio. Per esempio il rischio viene percepito più fortemente se non è controllato da colui che lo subisce, cioè io percepisco di più anche l’inquinamento piuttosto che il fumo, se sono fumatore. Lo percepisco di più se è una cosa che colpisce i bambini piuttosto che gli adulti, se posso attribuirne la colpa ad una autorità piuttosto che ad un altro individuo. Ci sono tutta una serie di variabili che influenzano la percezione del rischio. Non so adesso se questo ragionamento si possa fare anche per la microcriminalità o per altri fattori. Però penso che su questo incidano altri fattori: la sicurezza, il senso di insicurezza. Sui rischi, ambientali o di altra natura, esiste tutta una letteratura sulla percezione che stabilisce una serie di variabili che la influenzano in maniera molto importante. Probabilmente rileggendo questa letteratura in un’altra ottica riusciremmo anche ad interpretare questo elemento.

Quello che dite sui costi dell’inquinamento è poco ascoltato. Come si dice a Roma, non vi si fila nessuno…

Non c’è nessuno che la prenda in considerazione come una possibilità concreta di politica economica. Questo purtroppo è vero. Devo dire che c’è un problema su questi costi. Hanno dei limiti di incertezza troppo vasti, un range che è di due ordini di grandezza, il che non va bene.

In ogni caso sono miliardi di euro…

Sì, esatto. Però non va bene perché chiaramente quando si dà un numero così variabile di fatto si dà un’informazione che è piuttosto fragile e devo dire che anche i metodi usati dagli economisti suscitano talvolta qualche perplessità. Credo che questa sia un’area dove noi dobbiamo investire di più, fare più ricerca, dare più dati. Mi pare un elemento centrale. Io mi accontenterei che prendessero in considerazione anche solo le stime dei costi per i ricoveri ospedalieri di coloro che riteniamo malati per cause ambientali.

05-07-2007 - ecodallecitta.it

(gentile direttore questa ulteriore pubblicazione spero possa alleviare il suo senso, giustificato, di solitudine. n.d.r.)

Cosenza: quando la sanità funziona

COSENZA. “Vorrei con queste poche righe esprimere tutto il mio umano apprezzamento per il primario, per i medici e i paramedici che operano nel reparto di dermatologia dell’Ospedale mariano Santo di Cosenza. Mentre sulla stampa infuriano le polemiche sui disservizi degli ospedali, sulla malasanità, sullo scarso attaccamento alla professione da parte degli operatori sanitari, in questa struttura, giorno dopo giorno, bravi medici e premurosi paramedici si prodigano a favore dei tanti ammalati che affollano le corsie ospedaliere”. Lo afferma in una nota l’assessore del Comune di Cosenza Enrico Carnevale. “Da degente - prosegue l’assessore comunale - ho avuto modo di apprezzare con quanta abnegazione donne e uomini della dermatologia svolgono con coscienza il proprio lavoro. E proprio perché rappresentano un esempio positivo della sanità calabrese, credo che il loro esempio vada portato all’attenzione di tutti. Il mio sentito grazie a tutti loro”.

06/07/07 - giornaledicalabria.net

Inquinamento, il grande bluff di Pechino

Dati «too sensitive», troppo sensibili, tali da far scatenare una vera «rivolta sociale». Per questo il rimedio migliore, si è pensato, è quello di farli sparire, ometterli, cancellarli. La notizia arriva dalla Cina, ma è stata rivelata dal Financial Times, il quotidiano finanziario britannico, grazie all'aiuto di una fonte ben informata. Nei mesi scorsi, il governo cinese ha fatto dure pressioni sulla Banca mondiale affinché questa censurasse i dati conclusivi di un rapporto costato anni e anni di ricerche, e condotto in congiunto dalla Banca e dallo stesso governo cinese: tira le somme sugli effetti dell'inquinamento all'interno del paese. Poi però l'Agenzia per la protezione ambientale dello stato e il governo di Pechino hanno chiesto alla Banca Mondiale (che si è prestata, a quanto pare) di censurare circa un terzo del rapporto: in cui compare scritto, nero su bianco, che ogni anno nella Repubblica popolare 750 mila persone muoiono prematuramente a causa dei veleni scaricati nell'aria, mentre oltre alle 60 mila sono intossicate da acque infette, fonte di epidemie di diarrea, malattie gastrointestinali, infezioni del fegato e dei reni. Un vero e proprio stato in emergenza, che nel rapporto è stato inquadrato in una mappa in cui sono evidenziate le sei zone dove si muore di più. Nelle intenzioni, andavano tolte anche quelle. Per non suscitare «malintesi», o un allarme eccessivo tra i cittadini cinesi, con il rischio di «disordini sociali».

E' ovvio che la Cina abbia tremato. L'inquinamento è ormai un tema a cui l'opinione interna è assai sensibile. Si pensi ai parametri stabiliti dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che misurano il livello di inquinamento atmosferico tramite la concentrazione del «particolato», le microparticelle tossiche nell'aria che respiriamo. Di queste, l'Oms indica nei 20 microgrammi la soglia della pericolosità per la sopravvivenza. Ebbene: secondo gli autori della ricerca, solo l'un per cento dei cinesi residenti nelle grandi città può dirsi di «poco» sotto quella soglia, con meno di 40 microgrammi di particelle tossiche respirate. Il resto, che è il 58% degli abitanti nelle metropoli cinesi, respira un'aria con oltre 100 microgrammi di particolato.

Il rapporto «The cost of pollution in China», il costo dell'inquinamento in Cina, non è stato ancora ufficialmente diffuso. Ne circola però una bozza su internet, diffusa durante una conferenza nel marzo scorso a Pechino, dove i ricercatori (della Repubblica popolare) che avevano messo insieme lo studio davano notizia dei principali risultati raggiunti in occasione di un convegno sull'ambiente. E' cominciata allora la manovra di censura, o edulcorazione. Prima di allora però altri dati «scottanti» hano avuto il tempo di trapelare. Per esempio che delle 20 città più inquinate al mondo, 16 sono cinesi. Il tutto complicato dalla notizia, partita dall'Olanda, che nel 2007 la Cina ha superato gli Stati Uniti e guadagnato il record di primo produttore nondiale di emissioni di gas serra.

Stando così le cose, i fatti confermano che Pechino è riuscita a ottenere che i propri timori fossero quanto meno calmierati, mentre una versione «centellinata» del rapporto cominciava a essere diffusa su internet. Una fuga di notizie da evitare a tutti costi, per un regime dove l'opinione pubblica è ormai avvertita della questione inquinamento - ma allo stesso tempo persegue uno sviluppo economico da cui si attende, nei prossimi otto anni, l'inaugurazione di 550 nuove centrali termoelettriche (quasi tutte a carbone) per soddisfare la crescente richiesta di elettricità esplosa nel paese negli ultimi cinque anni. Il costo di tutto ciò sarà un rilascio nell'atmosfera di tanta Co2 quanta ne emettono, tutti assieme, gli altri paesi industrializzati.

di Chiara Marchionni da "il manifesto" del 05 Luglio 2007 - ilmanifesto.it

Fumo: Ue contro Italia

La Commissione europea invia un "parere motivato"

In Italia i prezzi minimi delle sigarette devono essere aboliti. E' questa la decisione della Commissione europea che ha inviato un "parere motivato" alle autorità italiane con la richiesta formale di modificare la legislazione nazionale vigente.

Un provvedimento preso anche nei confronti di Austria e Irlanda. Secondo l'Unione europea, le norme attuali sui prezzi delle sigarette sono contrarie alla legislazione comunitaria e falsano la concorrenza poiché i produttori e gli importatori non possono competere tra loro in termini di costi.

I fumatori però non devono gioire troppo presto perché l'obiettivo della Commissione è comunque scoraggiare l'uso del tabacco.

Come proposta alternativa ai prezzi imposti dallo Stato, l'Ue propone l'aumento delle accise sulle sigarette e delle tasse minime. In questo modo i costi saranno comunque alti, per disincentivare il consumo di tabacco e tutelare la salute dei cittadini europei, ma non saranno violate le norme comunitarie.

La Commissione ha portato ad esempio il caso del Belgio che in passato aveva stabilito un prezzo minimo per le sigarette ma, anche dopo aver apportato modifiche alla legislazione, è riuscito ad "aumentare le entrate delle casse pubbliche e ottenere un aumento dissuasivo del prezzo del tabacco".

Per l'Italia poi non sembrano esserci molte alterative, infatti se entro due mesi non modificherà la legge, la Commissione potrà fare ricorso alla Corte europea di giustizia. Il provvedimento di Bruxelles arriva in contemporanea con la pubblicazione di un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), presentato alla conferenza internazionale di Bangkok per definire un piano globale antifumo.

Secondo i dati, entro questo secolo oltre un miliardo di persone potrebbero morire per malattie legate al tabacco. "Ogni anno il fumo uccide 5,4 milioni di persone" - ha dichiarato Douglas Bettcher, direttore della Tobacco Free Initiative dell'Oms - "e la metà di questi sono decessi nei paesi in via di sviluppo".

Per evitare l'aumento del tasso di mortalità nei prossimi anni, Bettcher ha proposto alcune misure che i governi dovrebbero adottare per la lotta al fumo: una forte tassazione, il divieto di pubblicità e la messa al bando del fumo negli uffici e nei luoghi pubblici. Con l'applicazione di queste azioni, il numero di fumatori dovrebbe dimezzarsi entro il 2050.

06-07-2007 - europa.tiscali.it

Quei piccoli pugili mandati al massacro

In periferia s'organizzano incontri clandestini notturni di pugilato, solo che i pugili sono bambini, talora minori di cinque anni. Sull'improvvisato quadrato, campano e fanno campare le famiglie, vittime della passione nazionale e del traffico d'adulti spietati. Paiono automi lividi, coi guantoni più grossi delle teste: picchiano, incassano, vacillano, ma si riprendono, brandendo i pugni.

In questo magazzino sperduto di Bangkok, i combattimenti si susseguono fino all'alba, al ritmo d'una musica ossessiva, fra effluvi di canfora e mentolo. Uno di loro, Ole - nome d'un dolce locale - ha compiuto otto anni e fatto quaranta incontri. Affronta un bambino in calzoncini rossi dal volto chiuso come il suo. Il guantone lo raggiunge all'occhio, Ole replica con una raffica di ginocchiate. Ganci, calci circolari, fino al gong finale. Intorno gli scommettitori applaudono, maledicono, urlano, decidendo destini infantili.

Ora tocca a Cartoon, nove anni. Sul bordo del quadrato, la madre urla: «Picchia, figliolo, picchia a morte!». «Mi piace quando si batte», mi confida. Non ha paura? Si stupisce: «Ma non si fa male». Dopo una serie di colpi, Diamante nero, antagonista di Cartoon, è suonato. L'arbitro sospende l'incontro, ma l'allenatore contesta: «È ancora in piedi, può battersi», dice del proprio pupillo. Dopo vari conciliaboli e un compenso di cinquecento bat (undici euro) per il vincente, i bambini tornano sul quadrato. «Dai - sbraita l'allenatore di Diamante nero - attacca». Si ricomincia per quindici minuti. Sfiniti, i bambini vacillano.

Gli allibratori esultano. Vince Cartoon. Gli infilano settecento bat (sedici euro) in bocca. Sugli scalini, la moglie dell'organizzatore, madrina per l'occasione, ha aperto il portafogli. Dal 1999, gli incontri di boxe thailandese sono vietati ai minori di quindici anni. Ma la passione è tale che i minipugili s'affrontano nella clandestinità. I mecenati di queste serate nei bassifondi di Bangkok sono sottufficiali di polizia o speculatori. Stanotte è un politico locale che paga, per rendersi popolare. Il circuito professionale clandestino della boxe thailandese è organizzato.

E tifosi, scommettitori e allibratori si ritrovano negli angoli più inverosimili della capitale. La Thailandia pullula di giovanissimi pugili, galletti da combattimento: «I bambini sono innocenti. Hanno il cuore puro, non truccano gli incontri», spiega Yongyudh Thongtap, ex pugile. «Quando boxano, i piccoli divertono più dei grandi», rincara un tizio magro e occhialuto. «Non perdono tempo a studiarsi: pestano e basta». Si frega le mani: «Scommesse forti stasera...».

«Gli incontri possono rendere più di quelli degli adulti». L'allibratore s'è specializzato, vive solo di scommesse sugli incontri di bambini. Nelle tasche, rotoli di banconote da mille bat (ventidue euro). Attorno allo squallido quadrato, il senso d'illegalità è relativo: «Adoro scommettere, è il mio lavoro. Non obbligo nessuno a battersi, non c'è nulla di reprensibile».

Cinque e mezza del mattino. È ancora buio. Quindici bambini corrono in silenzio. Nel piccolo circolo pugilistico di Lamlukka, a nord-est della capitale, percorrono quindici chilometri ogni giorno prima di passare dieci ore su un quadrato delimitato da lamiere ondulate. Nei soggorghi di Bangkok, dove l'obbligo scolare è relativo, ci sono centinaia di queste «palestre». «Difenditi o i cani ti sbraneranno», urla Jek, allenatore di Macaco, quattro anni, che stenta. «È l'asilo della muay thai - ironizza Sombun Kenchai, organizzatore col rubino al dito dei corsi di questi automi delle percosse, che - dice - «ama come figli». Quando non telefona per trovare loro nuovi incontri, li sgrida: «Picchiate forte, non si dorme qui!». Il naso sanguina? «È la natura». Un ematoma sulla guancia? «Non fa male».

Questi ragazzini vivaci e magri inanellano centinaia di flessioni e di esercizi per addominali. «L'allenamento è duro, ma mi piace», dice Top, otto anni, star del circolo, anche se Jek gli ha appena dato duecento pugni in pancia. Intanto Ole ha male alla tibia e una guancia blu; piange, ma insiste. I commenti dell'allenatore non sono teneri: «Stasera è fiacco». Dietro, Macaco salta la corda. Conosce già tutti i colpi pericolosi celati sotto nomi come «il gigante solleva la ragazza», «il re Rama tende l'arco», «il pigolio dell'uccello fuori dal nido».

06 luglio 2007 - ilgiornale.it

Violenza sessuale: tenta di aggredire una 13enne in pieno giorno

MANTOVA - Un mantovano di 44 anni, Alberto Bonfanti, ha tentato di violentare una ragazza di 13 anni ieri mattina a Mozzecane, in provincia di Verona. La ragazzina stava andando al mercato del paese, quando ha sentito una mano afferrarla e spingerla verso alcuni cespugli. Fortunatamente la vittima e' riuscita a divincolarsi. L'uomo, un operaio sposato di Castelbelforte, in provincia di Mantova, ha anche cercato di narcotizzare la sua vittima. Dopo il tentativo fallito, e' fuggito in auto, ma alcuni passanti sono riusciti a prendere il numero di targa. Bonfanti si trova in carcere a Verona e ha ammesso le sue responsabilita'. (Agr)

06 luglio 2007 - corriere.it

G8, risarcita donna manganellata a Genova nel 2001

Genova, 5 lug. - (Adnkronos) - Sarà risarcita con 24.300 euro (più interessi e rivalutazione) per danni biologici ed esistenziali R.S., all'epoca dei fatti 38enne, abitante a Pinerolo (Torino), che in occasione del G8, il 21 luglio 2001, a Genova, venne ferita in una carica della polizia.

Lo ha deciso il Tribunale civile di Genova, ritenendo ingiustificato il comportamento dei poliziotti che avevano manganellato la donna. A farsi carico del risarcimento sarà il ministero dell'Interno.

0-07-2007 - notizie.interfree.it

Arrestati dai carabinieri per gravi reati quattro rumeni a Marsciano e Todi

Un giovane rumeno di 19 anni - riferisce l'agenzia Anr/Ct/Adnkronos - è stato tratto in arresto dai carabinieri nel tardo pomeriggio di ieri con l'accusa di aver abusato di una bambina di appena cinque anni anche lei non italiana ma non connazionale, che sembra abitasse nella stessa palazzina dove risiedeva il ragazzo. Il fatto è accaduto a Marsciano, realtà già sconvolta di recente dalla tragedia dell'uccisione di Barbara Cicioni. L'indagine, per evidenti motivi, è coperta dal massimo riserbo. Nei giorni scorsi, sempre in Umbria, era stato arrestato un altro 17 enne straniero per violenza sessuale su una bambina italiana di pochi anni sua vicina di casa. Movimentato arresto, inoltre, di tre rumeni, due uomini di 19 e 23 anni ed una donna ventinovenne, da parte dei carabinieri di Todi. Sono accusati di rapina ed estorsione ai danni di alcune prostitute,dalle quali si sarebbero fatti consegnare circa 100 euro al giorno. Per cercare di fuggire gli stranieri si sono scontrati anche con la vettura di servizio dei militari. Il fatto è avvenuto in una stradina sterrata lungo la statale Orvietana dove le donne incontrano i loro clienti.

Dopo aver preteso dalle “passeggiatrici” la somma imposta i rumeni avrebbero colpito con dei bastoni le straniere. I carabinieri erano però appostati e hanno intimato l'alt ai rumeni i quali hanno però tentato di fuggire con l'auto guidata dalla donna. La vettura ha percorso circa 400 metri in retromarcia andando poi a urtare violentemente quella dell'Arma. Gli stranieri, risultati tutti residenti a San Terenziano, una frazione di Gualdo Cattaneo sono stati arrestati in tre distinte fasi. Uno degli stranieri è stato subito bloccato mentre gli altri due erano riusciti inizialmente a scappare. Ma la donna è stata bloccata dopo circa sei ore mentre cercava di allontanarsi a piedi dalla zona.

Quattro ore dopo è stato rintracciato e fermato nella zona di Monte Castello di Vibio anche il terzo rumeno.

05/07/2007 - iltamtam.it

Basta guerre nel mondo!