Dal rischio alcol ci si difende fra i banchi

ROMA – Per mettere un freno alle stragi del fine settimana il Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani promuove una nuova campagna informativa per combattere i problemi legati all’uso e abuso di alcol.

“La campagna permanente anti alcool ‘L’alcol distrugge il futuro’ - ha affermato Mauro Martini, presidente Nazionale dello Snami - avrà nei medici del sindacato il suo punto di riferimento. Invieremo nelle scuole medie inferiori i nostri medici che spiegheranno agli adolescenti i pericoli dell’alcool derivati da un uso improprio”.

La campagna si rivolge agli studenti delle scuole medie inferiori e si propone l’obiettivo di informarli sui pericoli legati all'abuso di sostanze e allo stesso tempo si propone di sviluppare un atteggiamento più attento e critico verso l’alcol. Secondo i promotori, infatti, la scelta di informare studenti del triennio delle medie inferiori è dettata dal fatto che i ragazzi a quella età sono più ricettivi degli studenti delle superiori, già più smaliziati in tema di dipendenze.

(Cac/Dire) - 24.07.07 - diregiovani.it

Nel cielo di Chaplin

Trent'anni fa moriva il grande artista inglese, creatore del personaggio di Charlot, indimenticabile, e di film immortali.

Come credergli? Eppure in una delle ultime interviste, lui, Chaplin, ha dichiarato di aver cercato nella vita solo il denaro e il piacere delle donne. Lui, che ha commosso il mondo con le sue deliziose mimiche, fatto sussultare di tenerezza cuori di adulti e di piccini, disteso labbra al sorriso, fatto gocciolare lacrime di partecipazione su tante guance. Lui, l'Adamo dal quale tutti quelli del cinema discendono, come diceva Fellini.
Lo sappiamo bene: ognuno di noi, pur cercando di celarsi spesso dietro alle parole - nel tentativo di nascondersi agli altri e a sé stessi, di depistare la verità - ogni tanto lascia qualche indizio per giungere al vero. Anche Chaplin. La frase della intervista - così disincantata - voleva lanciare un messaggio.
Attenti: non confondete le mie opere con me stesso; non confondete me con Charlot (com'è chiamato in Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallol e Turchia) o con il Vagabondo (com'è chiamato nel mondo anglosassone).
Charlot è la mia creazione artistica, io sono un altro. Ed in effetti, lui era un altro. Non condivideva con Charlot la povertà: era sì nato in condizioni di grandi ristrettezze, ma poi era divenuto ricchissimo.
Non condivideva con Charlot l'altruismo, la tenerezza verso il prossimo: Chaplin era estremamente egocentrico, e quando non era in preda alla passione creativa, passava lunghi periodi di tristezza che rasentavano la depressione.
In tanti artisti, anche grandissimi, la produzione artistica non è sempre un riflesso della vita. Beethoven ha scritto musica sublime, ma aveva un carattere insopportabile; Mozart creava melodie celestiali, mentre era ubriaco fradicio; Cellini intarsiava incredibili gioielli dorati, ma era violento e ne combinava di tutti i colori.
L'arte è la forma d'espressione umana che più ci rende vicini al Cielo; ma la vita degli artisti non è sempre uno specchio delle realtà di lassù.
Se d'un santo si deve guardare alla vita, d'un artista però si deve guardare alle sue creazioni. Sono esse la sua realtà, esse a legarlo in modo così incomprensibile al Cielo.Nel film Amadeus c'è una frase di Salieri che rispecchia in modo drammatico questa situazione. Salieri - roso dalla gelosia per il successo di Mozart - si rivolge a Dio e gli chiede più o meno così: perché hai permesso a quella scimmia di cantare in modo celestiale la tua gloria, mentre a me che ho sempre voluto innalzare capolavori di musica alla tua Maestà hai concesso un talento così mediocre? Perché?
Mai sapremo rispondere a questa domanda. Allo stesso modo, mai sapremo se è di Chaplin o di Charlot- barbiere ebreo la frase al termine del film Il grande dittatore: Io non voglio fare l'imperatore, non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se è possibile, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre....
Il rapporto artista-opera d'arte rimane uno dei grandi misteri della vita, del quale riesce a comprendere qualcosa chi ha avuto il privilegio (e si è assunto la fatica!) di vivere accanto ad un genio. Nel caso di Chaplin, è stata la quarta moglie Oona O'Neill, figlia del Nobel per la letteratura Eugene O'Neill, grande scrittore ma rovinato dall'alcol. Di trentasei anni più giovane del marito, si sposò con lui a soli diciotto anni.
Oona si dedicò completamente a Chaplin. Con la sua luminosa bellezza, con il suo fascino riservato, seppe vivere accanto al poeta del mimo, ascoltando i suoi tenebrosi silenzi, le sue infantili amarezze, sedendo accanto a lui per ore, tenendogli la mano quando era sopraffatto da un devastante sentimento di smarrimento.
Incredibilmente il loro matrimonio fu lungo e, si può ben dire, felice. Ebbero otto figli. Ma poi... anche Chaplin se ne andò.
Trent'anni fa raggiunse quel Cielo, del quale - nei suoi film e nelle sue mimiche - ci aveva fatto intravedere così tanti sprazzi.
Oona non seppe reagire al colpo.
Dopo aver speso una vita accanto a quel grande, si trovò svuotata, senza una meta. Si ritirò dalla vita sociale.
Il turpe fantasma paterno dell'alcolismo, allora, si destò e la imbrigliò nei suoi lacci: si diede anch'essa all'alcol e morì di tumore al pancreas a 66 anni. La loro figlia Geraldine Chaplin, che aveva un'altissima opinione della madre, decise di prenderla come modello nella sua interpretazione nel film Il dottor Zivago (1965), dicendo di lei: È stata una donna che ha consapevolmente dato la sua vita ad un artista.
Forse solo Oona ha veramente conosciuto Chaplin. A noi non è dato. Ma continuaiamo ugualmente a sussultare alle immortali invenzioni dell'omino dalle maniere raffinate e dalla dignità d'un gentiluomo, con la giacchetta stretta, i pantaloni e le scarpe più grandi della sua misura, l'immancabile bombetta e i baffetti maliziosi.
E quell'andatura ondeggiante, la straripante emotività e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza della società.
Chaplin poco prima di morire all'età di ottantotto anni, a un sacerdote che gli disse: Possa Dio avere pietà della tua anima!, rispose: Perché no? Dopo tutto, appartiene a lui. Un'ennesima battuta?
O l'inchinarsi a una realtà mai intimamente negata? Chissà!
Ma un po' di luce sul mistero di questo artista la getta un fatto, per nulla dipeso da lui. Chaplin è morto nel sonno nelle prime ore del 25 dicembre, all'alba del giorno di Natale.

24.07.07 - cittanuova.it

Le "canne" più pericolose di quel che sembra

Secondo lo studio di una clinica psichiatrica svizzera, vi sarebbero preoccupanti connessioni fra gli spinelli e l'incremento della schizofrenia


Lo spinello gode di una vasta ”stampa” possibilista e, come il tabagismo e l'alcolismo, il consumo di cannabis è socialmente diffuso. Se in Italia il 24,2% degli adulti si dichiara fumatore di tabacco ed il 75% consumatore di alcool, è altrettanto vero che il 20% degli italiani ha ammesso di aver consumato cannabis.

Secondo altri dati, addirittura la metà degli studenti universitari ne ha fatto uso almeno una volta, ed un terzo ne fa uso regolarmente. Se poi parliamo di “fumo passivo” anche per lo spinello, è il 100% coinvolto in certi luoghi ed in certe occasioni, quando l’odore della cannabis sovrasta ogni altro.

L’occhio benevolo sostiene che l’attuale proibizione della cannabis produce tanti guai quanti ne causerebbe proibire tabacco e alcool, proibizione che aggraverebbe la situazione. Si regalerebbe alle organizzazioni criminali il monopolio del mercato del tabacco e dell'alcool, aumentando i loro proventi illeciti, come già fatto con la cannabis. Inoltre si criminalizzerebbero coloro che acquistano queste sostanze, addirittura arrestando coloro che vengono pizzicati con un numero di sigarette o bottiglie di birra che contengono una quantità più alta di nicotina o di alcool di quella consentita per uso personale.

Se oggi un lavoratore che fuma perde mediamente un'ora di lavoro al giorno, domani potrebbe perderne addirittura otto e più qualora finisse in prigione. Inoltre, i consumatori di tabacco e di bevande alcoliche, costretti a ricorrere al mercato nero, non avrebbero garanzie sul prodotto che acquistano, mettendo a rischio la loro salute più di quanto fanno oggi. Infine, i consumatori di tabacco e alcool, divenuti criminali, negherebbero di farne uso ai loro medici, impedendo così un'azione di informazione, di prevenzione e di cura di malattie derivate dal tabagismo e dall'alcolismo.

Chi è contrario alla depenalizzazione dello spinello ha ora una ragione in più per sostenere una linea che appare giusta teoricamente, ma paradossalmente tanto più difficile da realizzare quanto più è giusta e che forse richiederà uno sforzo di pragmatismo congiunto a un minor “buonismo”.

Secondo uno studio della Clinica psichiatrica universitaria di Zurigo, i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista specializzata «Schizophrenia Research», il consumo di canapa accresce il rischio di schizofrenie o altre psicosi. Per la ricerca sono stati analizzati statisticamente i dati delle ammissioni negli istituti psichiatrici del cantone di Zurigo, risalenti fino agli anni '70.

Gli studiosi hanno rilevato un notevole incremento della quota di malati fra i giovani maschi nel corso degli anni '90: nella fascia di età dai 15 ai 19 anni è triplicata e in quella dai 20 ai 24 anni è raddoppiata in brevissimo tempo. Nello stesso decennio si è constatato un netto aumento del consumo di droghe leggere. Fra i giovani uomini i consumi di cannabis sono diventati più frequenti e di quantità superiori «la cannabis appare meno insignificante di quanto generalmente supposto» finora, rilevano i ricercatori. Gli studiosi ritengono, pertanto, che il ruolo della canapa come fattore di rischio per malattie psichiche debba essere riesaminato. A loro avviso, coloro che presentano predisposizioni ereditarie a disturbi psichici dovrebbero rinunciare del tutto a consumare canapa.


25/07/2007 - iltamtam.it

43 auto abbandonate in strada

CENSIMENTO SORPRESA A NICHELINO: 43 AUTO ABBANDONATE IN STRADA

NICHELINO - Sono 43 le autovetture considerate abbandonate sparse sul territorio comunale. Veicoli che per il momento non saranno rimossi in toto a causa dei costi troppo elevati. Hanno tutti le stesse caratteristiche e peculiarità: assicurazione scaduta da anni, parti della carrozzeria che cadono a pezzi, vetri rotti, marmitte che cadono a terra e sono parcheggiati per lo più in angoli periferici della città. Il problema è che queste carcasse, la maggior parte fatiscenti, tolgono spazio a chi un'auto la usa quotidianamente. E che abbisogna quindi di un posteggio. Non solo, ma sovente diventano rifugio per sbandati o, peggio, "stanze del buco" per chi si droga. Il problema è stato sollevato nell'ultimo Consiglio comunale dal capogruppo di Alleanza nazionale Andrea Sinopoli, che ha rimarcato come «molti di questi mezzi costituiscano anche un infelice esempio di degrado ambientale ed urbano, oltre che essere luogo di ricovero per senza tetto o drogati».

Abbiamo fatto un giro per la città, e non abbiamo faticato a trovarle. In via Miraflores, nella zona industriale Vernea, o in alcune zone del quartiere Cuneo. Ma come fare per risolvere il problema? Non è però semplicissimo e, cosa che conta di più, è costoso: «Ci vogliono almeno 300 euro per rimuovere e trasportare in depositeria una vettura abbandonata - ha risposto il sindaco Giuseppe Catizone -, attualmente su Nichelino abbiamo contato un numero elevato di mezzi che non possiamo spostare in blocco per motivi di spesa, ma che poco per volta saranno rimossi». Spesso si cerca di rintracciare i proprietari, così da poter evitare l'intervento ed in modo tale che siano loro ad accollarsi gli oneri, ma tutto ciò diventa spesso impossibile a causa dell'irreperibilità degli stessi.

25.07.07 - ecodelchisone.it

Portare la gioia di Cristo

Dalla droga alla testimonianza: portare la gioia di Cristo nella discesa agli inferi


Claudio racconta è potuto risalire dagli inferi, con l’aiuto di persone come Loredana Seno, una della prime ragazze che ha seguito Chiara Amirante a Nuovi Orizzonti nell’evangelizzazione di strada.
Loredana Seno, qualificata come assistente sociale, è una delle prime ragazze che ha seguito Chiara Amirante all’inizio della sua avventura a Nuovi Orizzonti nell’evangelizzazione di strada a Roma. Sarà responsabile del nuovo centro di Ischia, insieme al suo marito Giulio Scrocca e Miljenko Misak, referente per le animazioni di strada e continuando a seguire le attività di evangelizzazione nei carceri in Italia e di animazione per il primo annuncio. Loredana e Giulio vivono da anni la spiritualità di Nuovi Orizzonti e hanno vissuto in Brasile in Missione e sono stati già "pionieri" di diverse case negli anni passati.

Significativa, è la testimonianza di Claudio, un ex tossicodipendente che grazie a Nuovi Orizzonti ha scoperto il vero senso della vita.

Korazym.org propone la testimonianza che Claudio ha portato insieme a Loredana Seno a Lovere (Bergamo) il 28 aprile all’interno del Convegno di Carità che annualmente si svolge in quel periodo, coordinato da Giovanni Ferici.

La testimonianza di Claudio

Buongiorno a tutti, sono Claudio.

Gesù non finisce mai di stupirmi, perché ogni volta che ho incontrato delle suore o dei sacerdoti, li ho visti comunque molto distanti da me. Ora le cose non sono poi cambiate così tanto perché comunque spesso mi viene da dire: "Gesù, ma io non sono degno, che mi mandi a dire queste cose in giro?". Questo è il Suo modo di concepire le cose e io non lo capisco, però adesso la distanza di cui parlavo è diminuita, essendo certo che tutti, io come voi oggi, vogliamo bene a Gesù.

Prima vi vedevo distanti, perché io ero distante da Lui.

Inizio col raccontarvi un po’ la mia storia per farvi capire tutto quello che Loredana ha cercato di spiegare quando diceva: "Queste persone, queste brutte facce…" Parlo per farvi capire il nostro carisma: il portare la Gioia di Cristo Risorto nella discesa agli inferi. Chi sono coloro che Nuovi Orizzonti prende da questi inferi? …

Tutto il mio percorso comunitario è servito principalmente a sgretolare una serie di mie certezze da super uomo, da uomo forte. Me le ha sgretolate tutte e ne sono nate due importantissime di cui sono certo. La prima è questa: Dio mi vuole un bene che io non capisco, non capisco questo Suo modo di amare perché sono piccolo nell’amore, perché il Suo è troppo grande per la mia mente e per il mio cuore. La seconda è che se sono certo dell’amore di Dio, sono altrettanto certo che Satana è il male, sono certo di quanto lui è contro l’amore, è tutto quello che non è Dio.

Io sono cresciuto nella periferia di Roma dove c’è tanto disagio sociale e dove un bimbo cresce con delle abitudini che sono assurde: quella del non avere un’educazione neanche in famiglia, l’onestà non esiste, è un’eresia. Mio papà è morto in carcere, vendeva droga.

Io vado spesso a fare delle testimonianze e degli incontri, soprattutto in Chiesa, e mi trovo a rendere un pochino più leggere, più soft le mie esperienze. Credo che oggi, proprio per vivere lo Spirito della verità che mi ha reso libero, per la prima volta cercherò di essere forse più crudo nel racconto e questa sarà anche la prima volta in assoluto in cui testimonierò un momento molto difficile quando, cioè, ho aperto il cuore all’amore di Gesù, il contrasto tra il bene e il male.

Mio papà vendeva droga e mamma lo aiutava. Papà viene arrestato e muore di infarto in carcere; mamma si trova sola e deve arrangiarsi per tirare avanti, perciò io sono cresciuto in strada, proprio in strada e con l’amore di questa mamma, un amore un po’ sbagliato. Già è difficile essere genitori, ma quando poi si è passato gran parte della vita peccando, immersi nel peccato, si comincia ad avere una visione distorta di quello che si deve e non si deve fare. Questa mia strada era piena di tante esperienze orribili, piena di sofferenza. La cosa peggiore era incontrare qualcuno normale, con una sua famiglia, con anche qualcosa che tu non potevi avere e l’impossibilità di averlo: era solo un sogno, un desiderio. Da qui cominciava quel forte dolore che si trasforma in rabbia fin da piccoli. La tua personalità, quello che tu sei veramente non si può costruire, ma per forza devi essere qualcos’altro, devi comunque metterti questa maschera (non credo sia giusto definirla ‘maschera’ quando si è piccoli). Devi prendere qualcosa, devi essere qualcos’altro e comunque annullare quella persona che sta crescendo dentro di te; no, devi essere quest’altro sennò non va bene. All’inizio ti sforzi di essere quest’altro, perché è come una meta da raggiungere, ma poi diventa parte di te. "Quest’altro" mi ha portato a rubare … Credo di aver iniziato con le prime rapine a tredici anni, proprio rapine a mano armata. Sono stato arrestato la prima volta a quindici anni per quattro rapine, è stato il mio ingresso nel carcere minorile di Casal del Marmo. Spero che oggi il carcere minorile non sia più così: non è nient’altro che una scuola del crimine, dove si fanno i primi incontri, si comincia anche a verificare quanto sei bullo e si imparano nuove cose. Comunque hai sempre quindici anni; se non lo sai fare, impari come si apre una porta, impari che si può fare anche questo e quest’altro; parlo sempre di tecniche della malavita.

Esco da questa scuola promosso a pieni voti e continuo questa carriera, ormai certo che sarebbe stata questa la mia realizzazione come uomo. Ricordo quanto grandi fossero le mie paure, poi piangevo … Non mi scorderò mai un giorno in cui avevo anche sparato. Feci una rapina e sparai, mi ricordo ancora bene i buchi sulla porta di una roulotte. In quel momento sembri chissà chi, poi in carcere quando mamma venne per il primo colloquio, piangevo come l’ultimo dei bimbi quando gli togli il lecca-lecca: "Mamma, per favore portami via da qui, ti giuro che non lo faccio più!". Questo in completo contrasto con quell’uomo forte che dimostravo di essere. Poi pensavo: "Esco da questo carcere e continuo questa carriera".

Grazie ad un’accurata analisi che, per dono di Dio, Loredana ha fatto per giorni e notti, giorni e notti insieme a me, credo che proprio qui ho cominciato ad accumulare, a vivere quel peccato che di volta in volta rimaneva in me, rimaneva in me. Non so se per carattere o per grande dolore, comunque dovevo primeggiare. Primeggiare nella strada significa sangue, significa fare del male e andare contro l’amore. Perciò sono certo che in determinati momenti della mia vita, sono stato completamente a servizio del male, proprio per quella parte di me che non mi riconosco assolutamente. Mi sembra di non essere io, non è possibile che io abbia potuto … Quelle volte in cui ho ricevuto delle suppliche di pietà e ho perseverato comunque nel male, spietato e cinico. Mi chiedo ancra oggi com’è possibile che io abbia fatto certe cose …

Ho continuato questa carriera sempre più nel male fino ad accumulare dieci anni di detenzione, perciò è stato un continuare a mettere odio, a mettere rabbia in questo corpo e in questa mente. Dall’altra parte continuavo a dilaniarmi sempre di più il cuore, perché c’è sempre stata questa parte di me che soffriva. Prima degli ultimi quattro anni di condanna, ho contratto un matrimonio che subito dopo il mio arresto è fallito e da cui ho avuto un bimbo. Mi sono sposato in Comune. Mi ero sposato da poco e una mattina mi hanno arrestato. Mi suonano: "Può venire un attimo con noi? Ci sono delle multe da controllare". Dopo due anni sono ritornato in permesso. Mia moglie si era messa con un altro, l’ho ammazzata di botte, mi hanno riportato in carcere per altri due anni e mio figlio se lo è preso mia mamma. Da quella volta non ho più avuto niente a che fare con mia moglie per otto anni. Finisco di scontare questi altri due anni, esco e dico: "Mamma, guarda, non ce la faccio più, basta, andiamocene via da qui!".

È stato un continuo costruire e distruggere, dall’apice dell’essere ricco al carcere per poi ricominciare da capo … "Ma basta, non ce la faccio, andiamo via da qui!".

Andiamo a vivere fuori Roma, dove con tanta fatica, ma assolutamente nella disonestà, ho trovato un’altra villetta bifamiliare, dove vivevamo io e mio figlio e accanto mia mamma, un negozio di fiori e comunque parecchi lavoretti, un po’ di soldi in prestito dall’usura. Credevo di essere bravo … Mi ero ritirato da giri pesanti …

Tanti di noi lo credono veramente: "Adesso sto facendo il bravo", perché dopo tanti, tanti anni di un certo tipo di vita, si perde la consapevolezza e si pensa: "Questo è il mondo e la vita che io conosco e perciò tutti quelli che conosco sono cattivi e fanno certe cose". Lo dicevo sempre a mio figlio. Perciò: "Ora faccio il bravo, do solo qualche soldo al 10 % al mese, una rapina me la faccio ogni tanto se sono tanti soldi, sennò non vengo, mi raccomando, non facciamo del male ai ragazzini. Ora sono bravo, capito?".

Mamma rimane vedova, incontra un anziano e decide di risposarsi per vivere gli ultimi anni insieme a lui. Un signore anziano, curava l’orto, fumava la pipa, giocavano a carte e io comunque la notte ero sempre in giro, ero contento di questo.

Si sposano e dopo quattro mesi di questo matrimonio una mattina, mentre mamma sta stendendo i panni, lui la uccide col fucile a pallettoni da cinghiali e si uccide anche lui. Niente da fare: lo posso raccontare pure cento volte ma la botta mi arriva sempre … E questo nuovo dramma che mi è successo ho pensato bene di anestetizzarlo con quantità industriali di cocaina; non potevo quasi più rimanere un minuto senza questa sostanza. Questa altra mazzata, sommata a tutto quello che mi ero causato anche per mia responsabilità … Non ce la facevo più e questa quantità enorme di droga ha completato la devastazione fino a farmi riperdere tutto quello che avevo conquistato materialmente, perché dentro di me già non avevo più niente. Sono arrivato a dover ricercare la mia ex moglie per ridarle mio figlio: ora non ero più un papà, ero un papà che si bucava, un papà che doveva rubare; mentre prima, dopo aver sparato a una persona ed essermi lavato le mani, rientravo a casa e facevo il bravo papà. Prima riuscivo a dividere le due vite; adesso non riuscivo più a farlo, ero proprio un drogato cronico.

Questo nuovo distacco anche da questo bimbo, da mio figlio … Ho cominciato a cercare la morte, la morte fisica, perché per quanto riguarda il cuore, ero già morto dentro da tempo …

Loredana mi dice sempre: "Quante volte me lo hai fatto sperimentare!". Immaginate quanto fossi duro tanto tempo fa e quante volte dicessi no all’amore. E lei mi diceva: "Se tu ti inginocchi qui, se preghi, vedrai e sperimenterai un pezzettino di paradiso".


di Claudio/ 25/07/2007 - korazym.org

Pedofilia: arrestato ex prete a Los Angeles

LOS ANGELES - E' stato arrestato dalla polizia di Los Angeles un ex sacerdote accusato di aver molestato per anni un bambino. George Miller, 69 anni, avrebbe abusato del bimbo tra il 1988, quando il piccolo aveva 5 anni, e il 1991. Solo pochi giorni fa la diocesi di Los Angeles aveva annunciato un accordo con 508 vittime di abusi con il pagamento della cifra record di 660 milioni di dollari. (Agr)


25.07.07 - corriere.it

Ancora tanta povertà in Italia

Ancora tanta povertà nelle regioni italiane


L’Istat presenta per la prima volta informazioni sulla povertà e l’esclusione sociale nelle regioni italiane

Nel 2002, la spesa media mensile pro-capite nel Paese è risultata pari a 823,45 euro; tale valore costituisce la linea di povertà relativa (o linea di povertà standard) per una famiglia di due componenti.

In altri termini, una famiglia composta da due persone è considerata povera in senso relativo se spende mensilmente per consumi un importo inferiore o uguale a tale cifra. Per famiglie di diversa ampiezza il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna “scala di equivalenza” che tiene conto delle economie di scala che è possibile realizzare all’aumentare del numero di componenti.

La linea di povertà relativa è calcolata sulla base dei dati rilevati su un campione di circa 27 mila famiglie, scelte casualmente in modo da rappresentare il totale delle famiglie italiane. Per tener conto dell’errore (errore campionario) che si commette osservando solo una parte delle popolazione, si costruisce un intervallo (intervallo di confidenza) intorno al valore stimato sul campione che comprende, con una probabilità del 95%, il valore che si otterrebbe osservando l’intera popolazione.

Nel 2002, nel complesso del Paese, l’incidenza di povertà – cioè la percentuale di famiglie che hanno una spesa mensile per consumi al di sotto della soglia di povertà – è pari all’11%, per un ammontare complessivo di circa 2 milioni 456 mila famiglie e un totale di 7 milioni 140 mila individui (pari al 12,4% dell’intera popolazione).

La media nazionale è la risultante di situazioni differenziate nelle tre ripartizioni territoriali: nel Mezzogiorno due famiglie su 10 vivono in condizione di povertà relativa, mentre nel Nord questa proporzione scende a una famiglia su 20. Il Centro si colloca in una posizione prossima a quella del Nord con un’incidenza di povertà relativa pari al 6,7%.

Prima di affrontare l’analisi della povertà a livello regionale, è bene ricordare che la ridotta numerosità del campione di famiglie povere, osservato nelle singole regioni, rende la stima dell’incidenza di povertà meno precisa rispetto a quella nazionale e ripartizionale. Infatti, a livello regionale, l’errore campionario è maggiore e gli intervalli di confidenza sono più ampi. Ad esempio, se l’incidenza di povertà nazionale, pari all’11%, è compresa nell’intervallo tra il 10,5% e l’11,5%, il valore del 26,9% stimato per la Basilicata è compreso in un intervallo ben più ampio che ha come estremi il 20,8% e il 33%. Tenere conto degli intervalli di confidenza è dunque importante per i confronti territoriali; limitate differenze nelle incidenze di povertà, infatti, non sono necessariamente significative poiché possono essere determinate dall’errore campionario.

Nel Nord, la ripartizione con minore incidenza di famiglie povere, le situazioni regionali appaiono alquanto diverse. I valori più bassi si osservano in Lombardia (3,7%) e in Veneto (3,9%), che presentano incidenze di povertà significativamente più contenute (considerando gli intervalli di confidenza) rispetto a quelle del Trentino-Alto Adige (9,9%), del Friuli-Venezia Giulia (9,8%) e del Piemonte (7%). Prossime alla media ripartizionale i valori della Liguria (4,8%) e dell’Emilia-Romagna (4,5%), che non si differenziano comunque, in termini statistici, dalla situazione del Veneto e della Lombardia.
Nel Centro l’unica differenza significativa è quella osservata tra il Lazio (7,8%) e le Marche (4,9%); l’incidenza di quest’ultima è prossima a quella delle regioni settentrionali con i valori più bassi.

Se tra le regioni del Centro e quelle del Nord le differenze sono molto contenute, in tutte le regioni del Mezzogiorno l’incidenza è significativamente più elevata rispetto al resto d’Italia. La situazione migliore è quella rilevata in Sardegna che, con un valore di incidenza del 17,1%, mostra una diffusione della povertà decisamente minore rispetto alla Campania (23,5%), al Molise (26,2%), alla Basilicata (26,9%) e alla Calabria (29,8%). Quest’ultime regioni, peraltro, sono quelle che presentano le situazioni di povertà più gravi. Intermedia, rispetto alla ripartizione, la situazione di Abruzzo (18%), Puglia (21,4%) e Sicilia (21,3%) che presentano comunque valori di incidenza statisticamente non diversi da quelli osservati in Sardegna.

Posto pari a 100 il totale delle famiglie povere, 66 risiedono nel Mezzogiorno che invece ospita solo il 32,6% delle famiglie italiane. È da segnalare in particolare la situazione della Campania, dove risiede ben il 18,4% delle famiglie povere, pari ad oltre 450 mila famiglie, per un totale di circa 1 milione e 400 mila individui.

Complessivamente in Italia gli individui poveri sono circa 7 milioni 140 mila, il 12,4% delle persone residenti. La maggiore incidenza di povertà tra gli individui, rispetto a quella tra le famiglie, conferma l’accentuata fragilità economica delle famiglie numerose. Il fenomeno si riscontra in gran parte delle regioni, con particolare evidenza nel Lazio e nel Trentino-Alto Adige. Al contrario in Abruzzo, Molise e Basilicata, con valori dell’incidenza di povertà tra gli individui inferiori a quelli dell’incidenza tra le famiglie, la povertà relativa sembra colpire con maggior frequenza le famiglie meno numerose (costituite spesso da anziani soli o in coppia).

L’intensità della povertà è un indicatore che misura di quanto, in media, la spesa delle famiglie povere si discosta in termini percentuali dalla linea di povertà. Il dato nazionale, pari a 21,4%, è la sintesi di situazioni territoriali nettamente differenziate. Nella maggior parte delle regioni del Nord e del Centro l’intensità è inferiore al 20%. I valori minimi si riscontrano in Umbria (15,5%), nelle Marche e in Liguria (16,4%).

Da segnalare la situazione dell’Emilia-Romagna, dove l’intensità del 20,5% si associa ad una ridotta incidenza di povertà (4,5%), e quella del Trentino-Alto Adige e del Lazio, in cui invece l’intensità del 22% si combina con una incidenza di povertà relativamente alta (11%).

Nel Mezzogiorno la diffusa presenza del disagio economico si associa a peggiori condizioni delle famiglie povere. L’intensità della povertà supera sempre il 22%, ad eccezione della Puglia (20,2%), e raggiunge il 24,5% nella Basilicata e il 25,1% nel Molise.

La classificazione della popolazione tra poveri e non poveri, operata dalla linea standard di povertà, può essere maggiormente articolata utilizzando due soglie aggiuntive, pari all’80% (658,76 euro mensili) e al 120% (988,14 euro mensili) della soglia standard. Ciò consente di individuare quattro categorie di famiglie: quelle che possono essere definite “sicuramente povere” (con consumi inferiori all’80% della linea di povertà standard), quelle “appena povere” (tra l’80% della linea e la linea stessa), quelle “quasi povere” (con consumi superiori alla linea di non oltre il 20%) e quelle “sicuramente non povere” con consumi più elevati.

Nel 2002 il 5,1% delle famiglie residenti, circa 1 milione 137 mila famiglie, risulta sicuramente povero e il 5,9%, circa 1 milione 318 mila famiglie, appena povero, per un totale di 2 milioni 456 mila famiglie povere. In Emilia-Romagna, Lazio, Calabria, Sicilia e Sardegna le famiglie “sicuramente povere” rappresentano circa il 50% del totale delle famiglie povere; in Molise e Basilicata tale valore raggiunge rispettivamente il 54% e 58%.

In tutte le altre regioni è predominante la quota di famiglie “appena povere”: in particolare in Liguria, Umbria e Marche, due famiglie povere su tre risultano “appena povere”.

L’8% delle famiglie (pari a 1 milione 772 mila famiglie) è quasi povero, presenta cioè livelli di spesa per consumi molto prossimi a quelli delle famiglie povere. Nel Nord e nel Centro le famiglie “quasi povere” non superano il 7,2% (ad eccezione del Friuli 9,2% e dell’Umbria 8,2%); esse tuttavia rappresentano una quota di famiglie pari (a volte superiore) a quella del totale delle famiglie povere.
Ciò significa che in tali regioni la diffusione della povertà è bassa, ma si riscontra una fascia di famiglie economicamente fragile di pari entità.

Fra le tipologie familiari che più delle altre, spesso o qualche volta, non hanno avuto i soldi per comprare cibo necessario, pagare bollette o sostenere spese per cure mediche, sono le coppie con almeno 3 figli (19%), seguite dai monogenitore (15,4%), dalle persone sole anziane (13,9%) e dalle persone sole con meno di 65 anni (11,6%). Nel gruppo delle famiglie povere che dichiarano difficoltà si evidenziano quelle composte da coppie con tre o più figli e da persone sole giovani-adulte (33,9%), i monogenitore (33,3%) e le coppie senza figli in cui la persona di riferimento ha meno di 65 anni (22,2%).

Gli aiuti in natura e/o in denaro che possono essere forniti dalla rete di aiuto informale (parenti e/o amici) rappresentano un’importante opportunità nei momenti di difficoltà economica e possono essere determinanti per favorire l’uscita delle famiglie da situazioni di difficoltà.

Il 4,9% delle famiglie residenti nel nostro Paese ha dichiarato di aver ricevuto una qualche forma di aiuto, ma sono i single con meno di 65 anni ad essere più aiutati dalla rete informale (7,7%). Per quanto concerne invece l’ammontare medio degli aiuti economici, la cifra più elevata si osserva per le coppie senza figli con persona di riferimento con meno di 65 anni (3.160 euro contro una media di 2.493), anche se l’aiuto riguarda soltanto l’1,7% di tale tipologia familiare.

Superiore alla media è anche la percentuale di persone sole anziane (6,8%), di monogenitore (6,5%) e di coppie con 3 e più figli (6%) che hanno ricevuto almeno un aiuto informale. Tra le famiglie povere la percentuale di quelle che hanno ricevuto aiuto è quasi doppia (7,9%) rispetto alle non povere (4,5%). Tra le prime, in particolare, sono le famiglie monogenitore quelle che più frequentemente dichiarano di aver ricevuto aiuti (13,4%).

Nel Nord, tra i poveri, la percezione di povertà è particolarmente elevata in Lombardia (27,1%). Tra i non poveri il disagio viene avvertito più frequentemente in contesti territoriali come il Piemonte (9,6%), la Liguria e ancora una volta la Lombardia (entrambi al 7% circa), dove probabilmente il confronto con gruppi caratterizzati da un elevato grado di sviluppo socio-economico diffonde una percezione negativa della propria condizione anche tra alcune delle famiglie non povere. Nel Mezzogiorno la quota di famiglie povere che si sentono povere o molto povere è più elevata rispetto al resto d’Italia e supera il 25% nelle Isole e in Campania.

In generale, sia tra i poveri sia tra i non poveri, la quota di famiglie che avvertono una condizione di disagio aumenta all’aumentare dell’ampiezza del comune.

Inoltre, la percezione della propria situazione è molto legata alla tipologia familiare: le persone sole, siano esse anziane o giovani, e le famiglie monogenitore sono quelle con una percezione più pessimistica della propria condizione. Tra le famiglie povere, quasi la metà delle persone sole con meno di 65 anni e più di un terzo delle famiglie monogenitore si sentono povere o molto povere. Anche tra le famiglie non povere, sulla base dell’indicatore oggettivo, più del 10% delle famiglie composte da persone sole si percepiscono povere.

Fonte Istat - 25/07/2007 - savonanotizie.it

Finge d'essere stata stuprata: denunciata

La 17enne di Nardò (Lecce) dovrà rispondere di simulazione di reato, calunnia e procurato allarme perchè avrebbe finto di essere rimasta vittima di una tentata violenza

LECCE - Una diciassettenne di Nardò è stata denunciata dai carabinieri al Tribunale per i minorenni di Lecce per simulazione di reato, calunnia e procurato allarme. La ragazza, secondo l’accusa, avrebbe finto di essere rimasta vittima di una tentata violenza sessuale. La diciassettenne il 22 luglio non avrebbe fatto ritorno a casa, allertati dalla madre i carabinieri l’hanno cercata per tutta la notte e quindi alle 8 del giorno successivo, a seguito di una richiesta di soccorso, era stata trovata in un’abitazione del centro storico a Nardò con ferite lievi alle braccia medicate dai sanitari del 118. La minorenne aveva quindi raccontato ai carabinieri che un suo conoscente la sera prima l’aveva costretta con la forza a salire sulla sua auto per poi condurla in una zona periferica, nei pressi del canale «Asso», dove avrebbe tentato di violentarla strappandole dapprima la maglietta e poi ferendola con un coltello. I militari, notando alcune contraddizioni nel racconto hanno proseguito l’interrogatorio fino a quando la giovane ha confessato di avere inventato tutto per fare un dispetto al suo presunto violentatore spinta da un profondo astio nei suoi confronti. La minorenne, dopo la denuncia, è stata affidata alla madre.

24/7/2007 - lagazzettadelmezzogiorno.it

«Costretti a salvarci da soli»

I bagnanti rifugiati in mare: «Costretti a salvarci da soli»

È quasi mezzogiorno: «il demonio meridiano», come avrebbe detto il poeta Giuseppe Ungaretti. Già, perché l’afa è fortissima e la colonnina di mercurio supera i 42 gradi. L’incendio sta devastando ormai da alcune ore il Gargano e il forte vento di libeccio non vuole saperne di collaborare, non la smette di soffiare.

L’unità navale CP880 parte a mezzogiorno dalla sala operativa della Guardia costiera di Manfredonia. A bordo il primo maresciallo Michele Rizzi e il tenente Stefano Rotolo. Ancora non sanno che si troveranno a fronteggiare un disastro con 4.000 persone coinvolte. «Abbiamo soccorso centinaia di turisti in preda al panico - racconta Rizzi -. Mi è rimasta impressa una famiglia settentrionale in vacanza. Il capofamiglia di nome Luigi, di circa 60 anni, era preoccupato perché aveva lasciato il camper nel campeggio evacuato e non aveva con sé i medicinali per la sua cardiopatia. E poi c’erano bimbi, adolescenti e una ragazza incinta».

I racconti sono mille. E tutti parlano di terrore. Di solidarietà. E rabbia per i ritardi nei soccorsi. «Abbiamo cominciato a vedere un fumo denso arrivare dalla parte alta della collina», rievoca Nicola, ospite degli appartamenti «Serena» nella baia di San Nicola di Peschici, una baia distrutta dalle fiamme, che «non esiste più», dice la titolare di un bar. Il racconto di Nicola è impressionante: «Sulle prime ci siamo preoccupati, perché l’incendio era vicino, ma ci hanno detto che non era niente di grave, che non sarebbe successo nulla». Ma le rassicurazioni poco dopo vengono soffocate dalle fiamme: «Il fumo aumentava e rendeva irrespirabile l’aria. Io e mia moglie, con un bambino di un anno e mezzo, abbiamo cercato un varco attraverso il quale fuggire, ma non lo abbiamo trovato, non c’era. E nemmeno i soccorsi. Disperati ci siamo nascosti in acqua, tra gli scogli e così ci siamo salvati».

Il rogo arriva a lambire il centro di Peschici, sporca di fuliggine le case bianche che offrono alloggio a centinaia di turisti. Dal centro del paese inizia una fuga disordinata, c’è chi piange mentre lascia la casa che non sa se rivedrà. «Per strada eravamo in molti, spaventati e confusi - racconta Alessia, 20 anni - ci siamo diretti verso il mare senza capire cosa stesse accadendo». E i soccorsi? «Sono arrivati quando eravamo in salvo», racconta un turista trattenendo a stento la rabbia. E un altro, giovane, stringendo a sé la figlioletta che avrà quattro anni: «Quando è arrivato il primo gommone si è fermato a qualche metro dalla riva in mezzo all’acqua, e pretendevano che noi li raggiungessimo, dicevano che avevano paura di bucare».


C’è una rabbia che toglie il fiato. E si capisce, dopo una giornata in cui si è rischiato di morire, si è dovuti correre tra la folla impazzita che cercava i propri cari, si è visto l’auto o il camper bruciare. E nei prossimi giorni ci sarà tempo anche per le polemiche e per stabilire se ci sono responsabilità nei ritardi dei soccorsi. Di certo però c’è stata anche la solidarietà. In tanti come Giuseppe, pescatore della zona, hanno messo a disposizione della Guardia costiera la propria imbarcazione. Il 35enne di Peschici sulla sua barca ha aiutato alcuni turisti a raggiungere via mare Vieste o addirittura Manfredonia. Altre sei imbarcazioni, spiega il comandante della Guardia costiera di Manfredonia, Antonio Raniero, sono state requisite per metterle a disposizione dei soccorsi. A 500 metri dalla riva di Vieste, infatti, è ormeggiato un catamarano con a bordo 400 persone e un'altra imbarcazione, a largo di Peschici, ne contiene 650. E finanche il traghetto che conduce i turisti alle isole Tremiti è stato messo a disposizione. A fine giornata il maresciallo Rizzi e il tenente Rotolo non si sono fermati un attimo, ma non si lamentano. Girano nella tendopoli allestita per gli sfollati, c’è anche un infermiere di 50 anni: «Ho sentito dell’incendio e senza starci a pensare ho chiamato mia moglie: “Non torno a casa, vado al mare, ma niente bagno: c’è bisogno di una mano”».


mercoledì 25 luglio 2007 - ilgiornale.it

Pensioni, forse non vedremo mai fine

Mario Draghi: Pensioni, forse non vedremo mai fine aggiustamenti


ROMA.- Il governatore della Banca d`Italia Mario Draghi ha detto che serve un aggiustamento graduale del sistema previdenziale per rispettare l`equilibrio di bilancio ma che forse le riforme proposte sono così soft da imporre nuove modifiche nei prossimi anni.

"E` necessario un aggiustamento graduale, e siamo in questa fase [...], ma è così graduale che forse non ne vedremo mai la fine", ha risposto Draghi alle domande degli studenti al corso di orientamento universitario promosso dalla Scuola Normale Superiore di Pisa a Camigliatello Silano, in Calabria.

"Oggi la relazione tra i contributi versati e quelli presi è più stretta, perché la condizione non era più sostenibile", ha aggiunto Draghi secondo quanto riferito da una portavoce.

Il governatore ha poi sollecitato l`introduzione di nuovi ammortizzatori sociali.

"L`Italia ha una tutela del posto di lavoro molto efficace, un sistema pensionistico molto ampio, ma non ha ammortizzatori sociali", ha proseguito il governatore secondo il quale in un mercato del lavoro estremamente fluido, "serve una protezione sociale tra un`esperienza lavorativa e l`altra, perché gli ammortizzatori sociali sono una componente importante".

Fonte: Reuters - 24.07.07 - italianosdargentina.com.ar

Basta guerre nel mondo!