Servizi di tutela, Telefono Arcobaleno denuncia carenze in estate
Nel periodo estivo aumentano i disservizi e le carenze nella gestione dei servizi sociali comunali, che risentono della consuetudine di concentrare le ferie di tutti gli operatori nei mesi di luglio e agosto, con la conseguenza che talora, interi servizi comunali, non rispondono al telefono per giorni. A riscontrarlo è Telefono Arcobaleno, che sottolinea come, invece, in estate non diminuiscano le esigenze socio-assistenziali dei cittadini, delle famiglie, dei minori e degli anziani, ma addirittura in molte aree del Paese se ne registra un aumento.
"È importante - ha ribadito il Presidente dell'associazione, Giovanni Arena - valorizzare e incrementare l'attività di contrasto al fenomeno della violenza e dell'abuso sui minori attraverso decise azioni integrate e di sistema sull'intero territorio italiano". I disservizi maggiori sono stati riscontrati da Telefono Arcobaleno in Puglia, Campania, Lazio e Piemonte, in particolare nelle province di Bari, Taranto, Napoli, Latina e Alessandria, ma riguardano praticamente l'Italia intera.
La linea nazionale contro l'abuso sull'infanzia di Telefono Arcobaleno (800 025777), attiva 365 giorni all'anno, rileva: un considerevole aumento delle telefonate che principalmente riguardano separazioni conflittuali tra i coniugi, incremento dei casi di abuso sessuale e di quelli di impiego e sfruttamento di minori nell'accattonaggio. Aumentano i casi di emergenza gestiti direttamente da Telefono Arcobaleno, che riguardano principalmente il maltrattamento e l'incuria in Sicilia, Puglia, Lazio e Lombardia. L'associazione ha riscontrato anche l'esistenza di alcune realtà virtuose: è il caso dei servizi sociali di Prato, Lucca, Caserta, Brescia e Torino e delle polizie municipali di Roma, Milano, Firenze e Napoli.
2007 - redattore: LS - 30/07/07 - helpconsumatori.it
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Caso Rignano, ''cose bruttissime da raccontare''
Tivoli - "Dice che sono successe 'cose bruttissime all'interno della scuola brutta, in una stanza in fondo' ma poi non vuole descriverle". Così l'avvocato Franco Merlino, legale di parte civile, spiega l'andamento dell'incidente probatorio con la testimonianza, oggi al Tribunale di Tivoli, della seconda bambina presunta vittima di abusi all'asilo 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio, alle porte di Roma. I legali infatti sono usciti dal tribunale per pochi minuti visto che alle 12.50 c'è stata una breve sospensione dell'udienza.
Secondo il procuratore reggente della Repubblica di Tivoli, Elio Costa, "l'audizione si sta svolgendo serenamente e nel pieno rispetto della legge", mentre per l'avvocato Roberto Ruggero, anch'egli rappresentante di parte civile, la formula non è buona perché i bambini ‘’sono costretti a memorizzare qualcosa che dovrebbero invece dimenticare".
L'atto istruttorio si è tenuto in un'aula con giochi e arredi che ricordano l'ambiente familiare. Le domande vengono fatte da Angela Gigante (neuropsichiatra infantile) collegata con l'auricolare il gip Elvira Tamburelli e gli avvocati degli indagati e delle parti lese.
30/07/07 - romagnaoggi.it
Secondo il procuratore reggente della Repubblica di Tivoli, Elio Costa, "l'audizione si sta svolgendo serenamente e nel pieno rispetto della legge", mentre per l'avvocato Roberto Ruggero, anch'egli rappresentante di parte civile, la formula non è buona perché i bambini ‘’sono costretti a memorizzare qualcosa che dovrebbero invece dimenticare".
L'atto istruttorio si è tenuto in un'aula con giochi e arredi che ricordano l'ambiente familiare. Le domande vengono fatte da Angela Gigante (neuropsichiatra infantile) collegata con l'auricolare il gip Elvira Tamburelli e gli avvocati degli indagati e delle parti lese.
30/07/07 - romagnaoggi.it
Quanto guadagnano le comparse
In un periodo di fermento nel campo delle pensioni, ecco che mergono interessanti dati circa i vitalizi assegnati a tutti coloro che hano ricoperto cariche da parlamentare o senatore, anche per pochissimo tempo. Eccetto due personaggi, che vivono di politica, Rosa Russo Jervolino, che gode di una pensione di 9.947 euro al mese, e Walter Veltroni, che si vede accreditare ogni mese circa 9.014 euro, ma che provvede a donare in beneficienza, spuntano vari nomi a cui non ci si aspetterebbe venga attribuita una pensione.
Fra i primi, Vittorio Cecchi Gori, imprenditore e impegnato soprattutto nella realizzazione di film, niente a che fare con la politica, quindi, che prende, come “ricordo” di una sua partecipazione al Parlamento 4.725 euro al mese. Susanna Agnelli, sorella dell’”avvocato” che era senatore a vita, percepisce un vitalizio mensile di 8.455 euro mentre Silvano Boroli, impegnato come dirigente nella DeAgostini, per una fugace apparizione al Parlamento, per cui da anni non lavora più, si vede accreditare 3.108 euro mensili. Stesso compenso di Boroli, per Giovanni Divella, che, come dice il nome, si occupa più di pasta che di politica.
Concludono la sfilata Franco Zeffirelli, che fra un copione e l’altro di teatro, prende 4.725 euro mensili, Guido Rossi, che di tutto si occupa tranne che di politica, che prende 3.108 euro e il più “incredibile” di tutti: il Dottor. Luciano Benetton, proprietario dell’omonima azienda, abituato a operazioni da miliardi di euro, dirigente di una delle imprese più grandi d’Italia, che, per un passaggio quasi invisibile al Parlamento, riceve ogni mse 3.108 euro, denaro derivante, come sappiamo, dalle tasse degli italiani.
30/07/07 - expobg.it
Fra i primi, Vittorio Cecchi Gori, imprenditore e impegnato soprattutto nella realizzazione di film, niente a che fare con la politica, quindi, che prende, come “ricordo” di una sua partecipazione al Parlamento 4.725 euro al mese. Susanna Agnelli, sorella dell’”avvocato” che era senatore a vita, percepisce un vitalizio mensile di 8.455 euro mentre Silvano Boroli, impegnato come dirigente nella DeAgostini, per una fugace apparizione al Parlamento, per cui da anni non lavora più, si vede accreditare 3.108 euro mensili. Stesso compenso di Boroli, per Giovanni Divella, che, come dice il nome, si occupa più di pasta che di politica.
Concludono la sfilata Franco Zeffirelli, che fra un copione e l’altro di teatro, prende 4.725 euro mensili, Guido Rossi, che di tutto si occupa tranne che di politica, che prende 3.108 euro e il più “incredibile” di tutti: il Dottor. Luciano Benetton, proprietario dell’omonima azienda, abituato a operazioni da miliardi di euro, dirigente di una delle imprese più grandi d’Italia, che, per un passaggio quasi invisibile al Parlamento, riceve ogni mse 3.108 euro, denaro derivante, come sappiamo, dalle tasse degli italiani.
30/07/07 - expobg.it
Le ultime vittime di chi guida ubriaco
Tre giovani e una donna
Ultimo weekend di luglio. Ennesimo capitolo del libro nero della strada. Molti italiani si spostano per le vacanze e sull’asfalto rimane una lunga scia di sangue. Il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime di questo fine settimana è pesantissimo. Trentanove morti. La Lombardia, con otto morti in quindici ore, detiene il macabro primato. Dietro molti degli incidenti avvenuti, ancora una volta, l’alcol. A partire da uno dei più gravi. Domenica, intorno alle due del mattino, nella bassa bergamasca, lungo l’ex statale 11 Treviglio-Caravaggio, hanno perso la vita tre ragazzi.
Abitavano a Rivolta d’Adda e stavano tornando a casa dopo una serata passata al pub per festeggiare il compleanno di uno di loro. Improvvisamente il conducente della vettura, una Renault Clio, perde il controllo ed esce di strada, andando a sbattere contro un platano. L’impatto è devastante. I tre giovani seduti sul sedile posteriore vengono sbalzati fuori dall’abitacolo e muoiono sul colpo. Sono Jessica, di 16 anni, residente a Rivolta d’Adda, un ragazzo di 24 anni di Truccazzano nel milanese ed Emanuele, il ragazzo che quella sera festeggiava il suo ventiseiesimo compleanno. La ragazza seduta sul sedile posteriore, Simona, di 18 anni, è ancora ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Treviglio. I medici non hanno ancora sciolto la prognosi.
In seguito alle analisi di prassi, nel sangue di Paolo, il ragazzo al volante dell’auto, è stata trovata una quantità di alcol quattro volte superiore a quanto previsto dalla legge. Non sono invece ancora chiare le cause dell’incidente, costato la vita a un ragazzo di 21 anni, avvenuto a Roma sabato notte. L’auto, con a bordo cinque ragazzi, si è ribaltata alle tre e trenta in via Ranuccio Bianchi Bandinelli, senza urtare nessun’altra vettura.
Ma la lista continua. Domenica mattina alle otto Enrico Romagnoli, 36 anni, sta tornando a casa, a bordo di un Pt Cruiser, dopo una serata con gli amici. All’altezza di Anzola, sulla via Emilia, a pochi chilometri da Bologna, invade la corsia opposta e travolge Giovanna Benni, pensionata di 69 anni, che viaggia sulla sua utilitaria. L’impatto è mortale, per la donna non c’è niente da fare. Per estrarre il corpo dall’ammasso di ferraglie della sua Panda, è stato necessario il soccorso dei vigili del fuoco. Romagnoli, praticamente illeso, è stato arrestato per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza.
Sabato a Cremona si è svolto un canovaccio molto simile. Gianluca Guazzi, una guardia giurata di 28 anni, si sta recando al lavoro a bordo della sua moto, una Yamaha. Lungo la provinciale 10, tra Piadena e Calvatone, un giovane ventiduenne ubriaco perde il controllo della sua Punto, esce dalla sua corsia e, con la parte anteriore sinistra della macchina, travolge la moto e la scaglia in un campo a lato della carreggiata. Guazzi muore sul colpo.
Si sono salvati per miracolo due dei tantissimi agenti, impegnati nel pattugliamento delle strade questo fine settimana. Un diciottene modenese sabato notte, ubriaco, viene fermato da tre pattuglie della polizia e, cercando di fuggire, investe un agente. Il giovane è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio. Il poliziotto se l’è cavata con un trauma cranico, quindici punti di sutura alla testa e altri cinque a un’arcata sopraccigliare.
A un ispettore del commissariato di Desenzano è andata meglio. Dopo aver intimato l’alt a una Citroën Berlingo, ha dovuto lanciarsi a lato della strada per non essere investito. Il conducente, immediatamente arrestato, è stato sottoposto al test alcolemico. Anche lui era ubriaco.
30/07/07 - ilgiornale.it
Ultimo weekend di luglio. Ennesimo capitolo del libro nero della strada. Molti italiani si spostano per le vacanze e sull’asfalto rimane una lunga scia di sangue. Il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime di questo fine settimana è pesantissimo. Trentanove morti. La Lombardia, con otto morti in quindici ore, detiene il macabro primato. Dietro molti degli incidenti avvenuti, ancora una volta, l’alcol. A partire da uno dei più gravi. Domenica, intorno alle due del mattino, nella bassa bergamasca, lungo l’ex statale 11 Treviglio-Caravaggio, hanno perso la vita tre ragazzi.
Abitavano a Rivolta d’Adda e stavano tornando a casa dopo una serata passata al pub per festeggiare il compleanno di uno di loro. Improvvisamente il conducente della vettura, una Renault Clio, perde il controllo ed esce di strada, andando a sbattere contro un platano. L’impatto è devastante. I tre giovani seduti sul sedile posteriore vengono sbalzati fuori dall’abitacolo e muoiono sul colpo. Sono Jessica, di 16 anni, residente a Rivolta d’Adda, un ragazzo di 24 anni di Truccazzano nel milanese ed Emanuele, il ragazzo che quella sera festeggiava il suo ventiseiesimo compleanno. La ragazza seduta sul sedile posteriore, Simona, di 18 anni, è ancora ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Treviglio. I medici non hanno ancora sciolto la prognosi.
In seguito alle analisi di prassi, nel sangue di Paolo, il ragazzo al volante dell’auto, è stata trovata una quantità di alcol quattro volte superiore a quanto previsto dalla legge. Non sono invece ancora chiare le cause dell’incidente, costato la vita a un ragazzo di 21 anni, avvenuto a Roma sabato notte. L’auto, con a bordo cinque ragazzi, si è ribaltata alle tre e trenta in via Ranuccio Bianchi Bandinelli, senza urtare nessun’altra vettura.
Ma la lista continua. Domenica mattina alle otto Enrico Romagnoli, 36 anni, sta tornando a casa, a bordo di un Pt Cruiser, dopo una serata con gli amici. All’altezza di Anzola, sulla via Emilia, a pochi chilometri da Bologna, invade la corsia opposta e travolge Giovanna Benni, pensionata di 69 anni, che viaggia sulla sua utilitaria. L’impatto è mortale, per la donna non c’è niente da fare. Per estrarre il corpo dall’ammasso di ferraglie della sua Panda, è stato necessario il soccorso dei vigili del fuoco. Romagnoli, praticamente illeso, è stato arrestato per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza.
Sabato a Cremona si è svolto un canovaccio molto simile. Gianluca Guazzi, una guardia giurata di 28 anni, si sta recando al lavoro a bordo della sua moto, una Yamaha. Lungo la provinciale 10, tra Piadena e Calvatone, un giovane ventiduenne ubriaco perde il controllo della sua Punto, esce dalla sua corsia e, con la parte anteriore sinistra della macchina, travolge la moto e la scaglia in un campo a lato della carreggiata. Guazzi muore sul colpo.
Si sono salvati per miracolo due dei tantissimi agenti, impegnati nel pattugliamento delle strade questo fine settimana. Un diciottene modenese sabato notte, ubriaco, viene fermato da tre pattuglie della polizia e, cercando di fuggire, investe un agente. Il giovane è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio. Il poliziotto se l’è cavata con un trauma cranico, quindici punti di sutura alla testa e altri cinque a un’arcata sopraccigliare.
A un ispettore del commissariato di Desenzano è andata meglio. Dopo aver intimato l’alt a una Citroën Berlingo, ha dovuto lanciarsi a lato della strada per non essere investito. Il conducente, immediatamente arrestato, è stato sottoposto al test alcolemico. Anche lui era ubriaco.
30/07/07 - ilgiornale.it
Basta con il femminicidio!
Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”. Dal 1993, si registrano oltre 400 donne uccise - spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate - e oltre 600 scomparse. Abbiamo incontrato Marisela Ortiz Rivera, una delle fondatrici di Nuestras Hijas de Regresso a Casa - associazione di parenti e amici delle donne assassinate - che è stata in Italia, anticipando di pochi giorni l'arrivo del presidente messicano Calderon.
Basta con il femminicidio !
“Benvenuti a Juarez, il Municipio più dinamico e progressista della frontiera nord del Messico…”. Si apre con questa frase il sito istituzionale di Ciudad Juarez, con i saluti di Héctor Murguía Lardizábal, governatore del Municipio. La città oggi conta circa un milione e mezzo di abitanti, e prende il nome dal Benemerito Don Benito Juarez, illustre personalità messicana che ricoprì anche la carica di Presidente della Federazione ed è tuttora ricordato per il suo impegno in difesa dei diritti di libertà del popolo messicano. Bagnata dal Rio Bravo, che fa da confine naturale con gli Stati Uniti, è il primo passo per i gringos nel “cortile di casa”. È illuminata da luci al neon che lampeggiano nelle strade del centro, tirato al lustro con i soldi facili del narcotraffico, delle maquiladoras (fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera che godono di particolari privilegi fiscali) e del turismo. Ma per le giovani donne, che arrivano a Juarez da tutto il Messico in cerca di un lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, il benvenuto non è scontato, e neppure la difesa dei diritti alla libertà tanto cari al Benemerito. La maggior parte di loro si stabilisce nelle Colonias, le zone periferiche della città, dove vivono le persone povere. Qui, ombre di assassini si aggirano per le strade buie, liberi e impuniti.
Dal 1993, anno in cui si è iniziato a contarle in maniera sistematica, si registrano oltre 400 donne uccise - spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate - e oltre 600 scomparse. Cifre probabilmente sottostimate, anche perché è difficile contare sui dati ufficiali, ma che fanno già rabbrividire, tanto da aver portato alcuni studiosi (per lo più antropologi), alla coniazione di un triste neologismo, il femminicidio. Ma gli omicidi di donne raggiungono cifre allarmanti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala, El Salvador e in tutto il Centroamerica. Questo fenomeno viene per lo più ignorato dall'opinione pubblica e considerato dalle autorità locali inesistente, probabilmente per non turbare equilibri di questi paesi, già precari. Tra tutte, Ciudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”.
Loro, le donne e le loro famiglie si sentono abbandonate e impotenti di fronte a tanta violenza e impunità. Per questo nel 2001, Marisela Ortis Rivera insieme ad altri familiari e amici delle vittime di questi assurdi femminicidi, hanno deciso di fondare l'associazione “Nuestras Hijas de Regresso a Casa” (le nostre figlie di ritorno a casa), con l'intento di creare una rete di solidarietà tra le famiglie che hanno perso una parente, ma anche con quello di far sapere al resto del mondo cosa succede a Ciudad Jurez e avere finalmente giustizia. E' con questo intento che la signora Ortiz Rivera, per la prima volta in Italia, ha partecipato a fine maggio, ad una serie di iniziative in alcune città della penisola, per dire cosa succede ancora nella sua città, e affinché Ni una mas, (non una di più) sia vittima di questa inconcepibile morte.
Marisela Ortiz Rivera è stata l'insegnate di Lilia Alejandra Garcia Andrade, 17 anni, ritrovata morta dopo cinque giorni di torture e sevizie, in un campo incolto. Solo allora la signora Ortiz Rivera ha capito che quello che raccontavano i giornali e le autorità erano solo falsità, “dei veri e propri insulti all'intelligenza umana”, così ha deciso di prendere coraggio per difendere la memoria della sua allieva e quella di tutte le altre vittime e chiedere giustizia.
La professoressa ha risposto ad alcune domande:
Come si vive oggi a Ciudad Juarez ?
Ci sono due posizioni predominanti: una parte degli abitanti che vive nel terrore, sono quelli colpiti da vicino da questi omicidi, sconvolti per l'accaduto e ancora con la paura che possa succedere di nuovo perché magari hanno altre donne a rischio in famiglia. Anche gli attivisti vivono nel terrore quelli che come me lavorano per fare giustizia, io stessa sono stata minacciata di morte più volte; poi c'è l'altra parte della popolazione che non si rende conto di quello che succede, che legge i giornali, vede i telegiornali e sente le dichiarazioni di polizia e amministratori pubblici, loro minimizzano il problema, fanno credere che riguardi solo una tipologia di donne, prostitute, drogate, che magari vanno in giro la notte vestite in maniera provocante, o magari hanno delle relazioni con uomini violenti.
Non è così ?
No, non è solo così. Questi omicidi colpiscono donne che in comune hanno solo la modesta estrazione sociale e il fatto di trovarsi sole e indifese. Molte di loro lavoravano nelle Maquiladoras, quindi spesso uscivano di casa con camice da lavoro lungo fin sotto il ginocchio, non certo con vestiti provocanti quindi. Mass media e autorità locali tendono a rassicurare i cittadini, criminalizzando le vittime, per far credere che le persone per bene, non hanno di che preoccuparsi. È una strategia per tranquillizzare la gente, capita spesso che i giornali mettano in prima pagina le foto delle vittime, delle quali magari non si sa ancora neppure il nome ma loro sanno già che era una prostituta. I parenti non sono stati neppure avvisati, e si ritrovano le foto agghiaccianti delle loro care sui giornali e oltre al dolore per il fatto in sé, si aggiunge quello per le menzogne che vengono raccontate.
Che motivo hanno le autorità e i mezzi di comunicazione di comportarsi così? Coprono qualcuno e così facendo si rendono complici di questi omicidi. Dietro questi assassini ci sono i clan mafiosi, i narcotrafficanti. Juarez, è ormai un centro nevralgico di traffico di droga con gli Stati uniti, più importante persino di Medellin o di altre città note per questi traffici. Girando per strada si vede ricchezza e benessere nel centro e miseria e discriminazione nelle periferie. I cadaveri di queste donne, bambine, madri, studentesse, vengono ritrovati con dei segni di estrema violenza, sessuale e non solo. Alcuni con dei veri e propri messaggi incisi nel corpo, destinati ad altri gruppi mafiosi. Le persone coinvolte sono dei pezzi grossi, degli intoccabili. La polizia e le autorità spesso sono coinvolte direttamente, o indirettamente rendendosi cosi complice anche di questi crimini. Da un po' tempo a questa parte non fanno ritrovare neppure i cadaveri, così da non andare ad aumentare la lista ufficiale di assassinate.
Perché tanta violenza nei confronti delle donne ?
Non è semplice da spiegare. È un problema sociale molto complesso, il fatto che le donne debbano spostarsi da sole in un'altra città per trovare lavoro, la situazione di città di frontiera quale è Juarez, riti di iniziazione che vengono richiesti per far parte di clan malavitosi. L'impunità nella quale queste persone agiscono non fa altro che dare un senso di onnipotenza a questi criminali e rendere sempre più complicata la soluzione dei crimini e la giustizia.
Vi siete rivolti alle Istituzioni Federali ?
Si, ai tempi di Vincente Fox, furono individuati un centinaio di responsabili di negligenza, per la conduzione delle indagini e per l'impunità dei responsabili, quando individuati. Ma poi non è successo nulla, perché la questione è rimasta interna allo Stato di Chihuhaua e poi il tutto è andato in prescrizione. Ho avuto anche modo di incontrare personalmente Felipe Calderon, prima che venisse eletto Presidente. Ascoltò con attenzione e con le lacrime agli occhi, promettendo di impegnarsi per risolvere questa gravissima situazione. Ma ora che è alla presidenza, abbiamo chiesto udienza più volte in questi mesi, ma nessuno ci ha dato ancora risposta. Paradossalmente è più facile richiamare la sua attenzione dall'estero, piuttosto che in Messico.
È per questo che ha deciso di portare all'attenzione internazionale la sua battaglia per la giustizia ?
Si, i politici messicani sono molto interessati all'opinione che hanno di loro all'estero. Per questo per me è più facile ed efficace, parlare all'estero che nel mio Paese. Se quello che succede a Juarez succedesse in un paese europeo sarebbe inammissibile e provocherebbe delle reazioni immediate. Per fortuna stiamo ricevendo molta solidarietà, e questo è molto importante per noi, non sentirci soli, e sapere che dall'altra parte del mondo ci sono persone che ci sostengono, ci dà la forza per continuare.
Avete l'appoggio della Chiesa Cattolica ?
No, l'appoggio si limita alla solidarietà di qualche sacerdote sensibile, che magari dedica una giornata di preghiera per le vittime. Ma il vescovo della città per esempio ha preso una posizione vergognosa e denigrante per noi amici e familiari delle vittime. Ha dichiarato che questi fatti succedono a persone lontane dalla chiesa, prive di valori e per questo punite. Non vogliono che si parli di questo problema sociale perché dà una brutta immagine della città, in realtà noi sappiamo bene che tante chiese sono state costruite con i soldi dei narcotrafficanti, che vivono sotto la protezione delle istituzioni, anche di quelle ecclesiastiche.
Cosa si può fare da qui per la vostra causa ?
Per noi è molto importante che nel resto del mondo di sappia quello che succede a Ciudad Juarez, la diffusione delle notizie è fondamentale. La solidarietà che riceviamo non ci fa sentire sole i consigli e il sostegno di tutti ci danno la speranza che presto si possa avere giustizia sociale e politica per queste vittime innocenti.
Il 30 maggio scorso Marisela Ortiz Rivera ha incontrato il Presidente della Camera Fausto Bertinotti. Un'occasione per mettersi subito a lavoro visto che l'Italia ora siede nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
30/07/07 - di: Elvira Corona - ecplanet.com
Basta con il femminicidio !
“Benvenuti a Juarez, il Municipio più dinamico e progressista della frontiera nord del Messico…”. Si apre con questa frase il sito istituzionale di Ciudad Juarez, con i saluti di Héctor Murguía Lardizábal, governatore del Municipio. La città oggi conta circa un milione e mezzo di abitanti, e prende il nome dal Benemerito Don Benito Juarez, illustre personalità messicana che ricoprì anche la carica di Presidente della Federazione ed è tuttora ricordato per il suo impegno in difesa dei diritti di libertà del popolo messicano. Bagnata dal Rio Bravo, che fa da confine naturale con gli Stati Uniti, è il primo passo per i gringos nel “cortile di casa”. È illuminata da luci al neon che lampeggiano nelle strade del centro, tirato al lustro con i soldi facili del narcotraffico, delle maquiladoras (fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera che godono di particolari privilegi fiscali) e del turismo. Ma per le giovani donne, che arrivano a Juarez da tutto il Messico in cerca di un lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, il benvenuto non è scontato, e neppure la difesa dei diritti alla libertà tanto cari al Benemerito. La maggior parte di loro si stabilisce nelle Colonias, le zone periferiche della città, dove vivono le persone povere. Qui, ombre di assassini si aggirano per le strade buie, liberi e impuniti.
Dal 1993, anno in cui si è iniziato a contarle in maniera sistematica, si registrano oltre 400 donne uccise - spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate - e oltre 600 scomparse. Cifre probabilmente sottostimate, anche perché è difficile contare sui dati ufficiali, ma che fanno già rabbrividire, tanto da aver portato alcuni studiosi (per lo più antropologi), alla coniazione di un triste neologismo, il femminicidio. Ma gli omicidi di donne raggiungono cifre allarmanti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala, El Salvador e in tutto il Centroamerica. Questo fenomeno viene per lo più ignorato dall'opinione pubblica e considerato dalle autorità locali inesistente, probabilmente per non turbare equilibri di questi paesi, già precari. Tra tutte, Ciudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”.
Loro, le donne e le loro famiglie si sentono abbandonate e impotenti di fronte a tanta violenza e impunità. Per questo nel 2001, Marisela Ortis Rivera insieme ad altri familiari e amici delle vittime di questi assurdi femminicidi, hanno deciso di fondare l'associazione “Nuestras Hijas de Regresso a Casa” (le nostre figlie di ritorno a casa), con l'intento di creare una rete di solidarietà tra le famiglie che hanno perso una parente, ma anche con quello di far sapere al resto del mondo cosa succede a Ciudad Jurez e avere finalmente giustizia. E' con questo intento che la signora Ortiz Rivera, per la prima volta in Italia, ha partecipato a fine maggio, ad una serie di iniziative in alcune città della penisola, per dire cosa succede ancora nella sua città, e affinché Ni una mas, (non una di più) sia vittima di questa inconcepibile morte.
Marisela Ortiz Rivera è stata l'insegnate di Lilia Alejandra Garcia Andrade, 17 anni, ritrovata morta dopo cinque giorni di torture e sevizie, in un campo incolto. Solo allora la signora Ortiz Rivera ha capito che quello che raccontavano i giornali e le autorità erano solo falsità, “dei veri e propri insulti all'intelligenza umana”, così ha deciso di prendere coraggio per difendere la memoria della sua allieva e quella di tutte le altre vittime e chiedere giustizia.
La professoressa ha risposto ad alcune domande:
Come si vive oggi a Ciudad Juarez ?
Ci sono due posizioni predominanti: una parte degli abitanti che vive nel terrore, sono quelli colpiti da vicino da questi omicidi, sconvolti per l'accaduto e ancora con la paura che possa succedere di nuovo perché magari hanno altre donne a rischio in famiglia. Anche gli attivisti vivono nel terrore quelli che come me lavorano per fare giustizia, io stessa sono stata minacciata di morte più volte; poi c'è l'altra parte della popolazione che non si rende conto di quello che succede, che legge i giornali, vede i telegiornali e sente le dichiarazioni di polizia e amministratori pubblici, loro minimizzano il problema, fanno credere che riguardi solo una tipologia di donne, prostitute, drogate, che magari vanno in giro la notte vestite in maniera provocante, o magari hanno delle relazioni con uomini violenti.
Non è così ?
No, non è solo così. Questi omicidi colpiscono donne che in comune hanno solo la modesta estrazione sociale e il fatto di trovarsi sole e indifese. Molte di loro lavoravano nelle Maquiladoras, quindi spesso uscivano di casa con camice da lavoro lungo fin sotto il ginocchio, non certo con vestiti provocanti quindi. Mass media e autorità locali tendono a rassicurare i cittadini, criminalizzando le vittime, per far credere che le persone per bene, non hanno di che preoccuparsi. È una strategia per tranquillizzare la gente, capita spesso che i giornali mettano in prima pagina le foto delle vittime, delle quali magari non si sa ancora neppure il nome ma loro sanno già che era una prostituta. I parenti non sono stati neppure avvisati, e si ritrovano le foto agghiaccianti delle loro care sui giornali e oltre al dolore per il fatto in sé, si aggiunge quello per le menzogne che vengono raccontate.
Che motivo hanno le autorità e i mezzi di comunicazione di comportarsi così? Coprono qualcuno e così facendo si rendono complici di questi omicidi. Dietro questi assassini ci sono i clan mafiosi, i narcotrafficanti. Juarez, è ormai un centro nevralgico di traffico di droga con gli Stati uniti, più importante persino di Medellin o di altre città note per questi traffici. Girando per strada si vede ricchezza e benessere nel centro e miseria e discriminazione nelle periferie. I cadaveri di queste donne, bambine, madri, studentesse, vengono ritrovati con dei segni di estrema violenza, sessuale e non solo. Alcuni con dei veri e propri messaggi incisi nel corpo, destinati ad altri gruppi mafiosi. Le persone coinvolte sono dei pezzi grossi, degli intoccabili. La polizia e le autorità spesso sono coinvolte direttamente, o indirettamente rendendosi cosi complice anche di questi crimini. Da un po' tempo a questa parte non fanno ritrovare neppure i cadaveri, così da non andare ad aumentare la lista ufficiale di assassinate.
Perché tanta violenza nei confronti delle donne ?
Non è semplice da spiegare. È un problema sociale molto complesso, il fatto che le donne debbano spostarsi da sole in un'altra città per trovare lavoro, la situazione di città di frontiera quale è Juarez, riti di iniziazione che vengono richiesti per far parte di clan malavitosi. L'impunità nella quale queste persone agiscono non fa altro che dare un senso di onnipotenza a questi criminali e rendere sempre più complicata la soluzione dei crimini e la giustizia.
Vi siete rivolti alle Istituzioni Federali ?
Si, ai tempi di Vincente Fox, furono individuati un centinaio di responsabili di negligenza, per la conduzione delle indagini e per l'impunità dei responsabili, quando individuati. Ma poi non è successo nulla, perché la questione è rimasta interna allo Stato di Chihuhaua e poi il tutto è andato in prescrizione. Ho avuto anche modo di incontrare personalmente Felipe Calderon, prima che venisse eletto Presidente. Ascoltò con attenzione e con le lacrime agli occhi, promettendo di impegnarsi per risolvere questa gravissima situazione. Ma ora che è alla presidenza, abbiamo chiesto udienza più volte in questi mesi, ma nessuno ci ha dato ancora risposta. Paradossalmente è più facile richiamare la sua attenzione dall'estero, piuttosto che in Messico.
È per questo che ha deciso di portare all'attenzione internazionale la sua battaglia per la giustizia ?
Si, i politici messicani sono molto interessati all'opinione che hanno di loro all'estero. Per questo per me è più facile ed efficace, parlare all'estero che nel mio Paese. Se quello che succede a Juarez succedesse in un paese europeo sarebbe inammissibile e provocherebbe delle reazioni immediate. Per fortuna stiamo ricevendo molta solidarietà, e questo è molto importante per noi, non sentirci soli, e sapere che dall'altra parte del mondo ci sono persone che ci sostengono, ci dà la forza per continuare.
Avete l'appoggio della Chiesa Cattolica ?
No, l'appoggio si limita alla solidarietà di qualche sacerdote sensibile, che magari dedica una giornata di preghiera per le vittime. Ma il vescovo della città per esempio ha preso una posizione vergognosa e denigrante per noi amici e familiari delle vittime. Ha dichiarato che questi fatti succedono a persone lontane dalla chiesa, prive di valori e per questo punite. Non vogliono che si parli di questo problema sociale perché dà una brutta immagine della città, in realtà noi sappiamo bene che tante chiese sono state costruite con i soldi dei narcotrafficanti, che vivono sotto la protezione delle istituzioni, anche di quelle ecclesiastiche.
Cosa si può fare da qui per la vostra causa ?
Per noi è molto importante che nel resto del mondo di sappia quello che succede a Ciudad Juarez, la diffusione delle notizie è fondamentale. La solidarietà che riceviamo non ci fa sentire sole i consigli e il sostegno di tutti ci danno la speranza che presto si possa avere giustizia sociale e politica per queste vittime innocenti.
Il 30 maggio scorso Marisela Ortiz Rivera ha incontrato il Presidente della Camera Fausto Bertinotti. Un'occasione per mettersi subito a lavoro visto che l'Italia ora siede nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
30/07/07 - di: Elvira Corona - ecplanet.com
Povertà: più servizi, meno carità
«Più servizi e meno trasferimento di denaro». Così può essere sintetizzata la ricetta che Caritas Italiana, in collaborazione con la Fondazione Zancan, offre al Governo per una più efficace lotta alla povertà. Nei giorni scorsi a Roma è stata presentata un'anticipazione del Rapporto 2007 su "Emarginazione ed esclusione sociale", che sarà pubblicato in ottobre. Una scelta, quella di anticipare i tempi dettata, ha spiegato mons. Vittorio Nozza, direttore di Caritas italiana dal desiderio di «dare un contributo competente, motivato e tempestivo per il prossimo Dpef».
Dal Rapporto emerge innanzitutto la disparità sociale: «L'Italia non è il posto dell'uguaglianza né delle opportunità», ha proseguito mons. Nozza, tanto che più di altri Paesi europei presenta grandi differenze tra chi vive in un discreto benessere, chi tutti i giorni lotta per non oltrepassare la soglia della povertà e chi dentro la povertà ci sta da tempo e non intravede nulla di nuovo per il futuro.
La soglia della povertà in Italia è calcolata diversamente da altri Paesi in riferimento al consumo e non al reddito, alla famiglia e non all'individuo; così una famiglia viene considerata povera quando la sua possibilità di consumo è inferiore a quella media della famiglia italiana. Tale cifra si aggira sui 900 euro per un nucleo di due persone. Cosi abbiamo 7,5 milioni di italiani sotto tale soglia, a cui si devono aggiungere altre 900.000 famiglie che la superano di 10 o al massimo 50 euro la soglia.
Il 13% degli italiani sono poveri. «Ma - sottolinea mons. Giuseppe Pasini, Presidente della Fondazione Zancan - il problema è ancora più grosso perché da dieci anni il numero dei poveri è rimasto immutato, fermandosi al 13,1% della popolazione, mentre il resto del Paese cresce di reddito e consumi».
Un fenomeno tutto italiano, accompagnato da tante fragilità come i conti pubblici, le imbarazzanti divergenze tra Nord e Sud, la tragica carenza di innovazione, l'elevata disuguaglianza sociale ed economica, la sperequazione del reddito pro-capite, che è spiegato da almeno tre ragioni: «Primo, l'Italia manca di un piano di lotta alla povertà». E' disseminata di "buone intenzioni" ma «esse non si sono mai tradotte in un piano esplicito, serio, organico di lotta». Secondo, spiega mons. Pasini, «c'è un legame stretto tra povertà e denatalità». Le famiglie con più figli sono più esposte alla povertà. Un figlio in più è una crescita del rischio di impoverimento. «Occorre allora una seria politica a sostegno della famiglia, alla quale l'attuale Governo sembra ben intenzionato ad incamminarsi ma che manca ancora di attuazione e concretezza». Infine, «la povertà produce e alimenta la esclusione sociale». C'è un rapporto di causa-effetto perché «chi è impegnato nella sopravvivenza quotidiana non ha né il tempo né la voglia di occuparsi della "cosa pubblica".
Che fare? La Fondazione Zancan, per bocca del direttore scientifico Tiziano Vecchiato, propone un «piano strategico capace di avviare un percorso che non è soltanto operativo ma anche di condivisione e di integrazione di responsabilità». Due le scelte di medio e lungo termine: passare «da trasferimenti monetari a servizi», per un migliore governo della qualità di risorse oggi disponibili e poi passare «da una gestione centrale a una decentrata, per una diretta responsabilizzazione nella gestione e nella verifica di efficacia, oltre che per dare una attuazione alla modifica del Titolo V della Costituzione in materia di decentramento».
In Italia i soldi per il sociale non mancano, ma secondo i relatori del Rapporto sono gestiti male. Il trasferimento monetario caratterizza i vecchi sistemi di welfare ad ispirazione socio-assistenziale, dove lo Stato eroga denaro a persone aventi diritto (anziani, disabili.ecc). Occorre invece puntare ad erogare e potenziare i servizi; in questo modo si lavora per «bisogni verificati, per un'integrazione sociale, e coscienza dei diritti e dei doveri della cittadinanza», si legge nel Rapporto. Un esempio?
L'accompagnatoria per gli anziani che potrebbe essere sostituita con un servizio adeguato e migliore. Inoltre la sperimentazione del Reddito di inserimento ha messo in evidenza come avrebbe più senso parlare di "piano di inserimento sociale con il sostegno del reddito", enfatizzando cioè il fine principale (l'inserimento sociale) e non il mezzo (il reddito minimo). In questo allora si comprende come un decentramento aiuterebbe molto in efficacia ed efficienza. La strada legislativa è già stata aperta nel 2000, così, hanno concluso mons. Nozza e mons. Pasini, non resta che percorrerla con coraggio.
Michele Trabucco - 30/07/07 - gvonline.it
Dal Rapporto emerge innanzitutto la disparità sociale: «L'Italia non è il posto dell'uguaglianza né delle opportunità», ha proseguito mons. Nozza, tanto che più di altri Paesi europei presenta grandi differenze tra chi vive in un discreto benessere, chi tutti i giorni lotta per non oltrepassare la soglia della povertà e chi dentro la povertà ci sta da tempo e non intravede nulla di nuovo per il futuro.
La soglia della povertà in Italia è calcolata diversamente da altri Paesi in riferimento al consumo e non al reddito, alla famiglia e non all'individuo; così una famiglia viene considerata povera quando la sua possibilità di consumo è inferiore a quella media della famiglia italiana. Tale cifra si aggira sui 900 euro per un nucleo di due persone. Cosi abbiamo 7,5 milioni di italiani sotto tale soglia, a cui si devono aggiungere altre 900.000 famiglie che la superano di 10 o al massimo 50 euro la soglia.
Il 13% degli italiani sono poveri. «Ma - sottolinea mons. Giuseppe Pasini, Presidente della Fondazione Zancan - il problema è ancora più grosso perché da dieci anni il numero dei poveri è rimasto immutato, fermandosi al 13,1% della popolazione, mentre il resto del Paese cresce di reddito e consumi».
Un fenomeno tutto italiano, accompagnato da tante fragilità come i conti pubblici, le imbarazzanti divergenze tra Nord e Sud, la tragica carenza di innovazione, l'elevata disuguaglianza sociale ed economica, la sperequazione del reddito pro-capite, che è spiegato da almeno tre ragioni: «Primo, l'Italia manca di un piano di lotta alla povertà». E' disseminata di "buone intenzioni" ma «esse non si sono mai tradotte in un piano esplicito, serio, organico di lotta». Secondo, spiega mons. Pasini, «c'è un legame stretto tra povertà e denatalità». Le famiglie con più figli sono più esposte alla povertà. Un figlio in più è una crescita del rischio di impoverimento. «Occorre allora una seria politica a sostegno della famiglia, alla quale l'attuale Governo sembra ben intenzionato ad incamminarsi ma che manca ancora di attuazione e concretezza». Infine, «la povertà produce e alimenta la esclusione sociale». C'è un rapporto di causa-effetto perché «chi è impegnato nella sopravvivenza quotidiana non ha né il tempo né la voglia di occuparsi della "cosa pubblica".
Che fare? La Fondazione Zancan, per bocca del direttore scientifico Tiziano Vecchiato, propone un «piano strategico capace di avviare un percorso che non è soltanto operativo ma anche di condivisione e di integrazione di responsabilità». Due le scelte di medio e lungo termine: passare «da trasferimenti monetari a servizi», per un migliore governo della qualità di risorse oggi disponibili e poi passare «da una gestione centrale a una decentrata, per una diretta responsabilizzazione nella gestione e nella verifica di efficacia, oltre che per dare una attuazione alla modifica del Titolo V della Costituzione in materia di decentramento».
In Italia i soldi per il sociale non mancano, ma secondo i relatori del Rapporto sono gestiti male. Il trasferimento monetario caratterizza i vecchi sistemi di welfare ad ispirazione socio-assistenziale, dove lo Stato eroga denaro a persone aventi diritto (anziani, disabili.ecc). Occorre invece puntare ad erogare e potenziare i servizi; in questo modo si lavora per «bisogni verificati, per un'integrazione sociale, e coscienza dei diritti e dei doveri della cittadinanza», si legge nel Rapporto. Un esempio?
L'accompagnatoria per gli anziani che potrebbe essere sostituita con un servizio adeguato e migliore. Inoltre la sperimentazione del Reddito di inserimento ha messo in evidenza come avrebbe più senso parlare di "piano di inserimento sociale con il sostegno del reddito", enfatizzando cioè il fine principale (l'inserimento sociale) e non il mezzo (il reddito minimo). In questo allora si comprende come un decentramento aiuterebbe molto in efficacia ed efficienza. La strada legislativa è già stata aperta nel 2000, così, hanno concluso mons. Nozza e mons. Pasini, non resta che percorrerla con coraggio.
Michele Trabucco - 30/07/07 - gvonline.it
Rignano, piccoli testimoni decisivi
Rignano Flaminio non cessa di stupire. Alcuni mesi fa aveva stupito che gli indagati colpiti da un provvedimento di custodia cautelare fossero scarcerati dal Tribunale del Riesame con un’ordinanza che aveva giudicato insufficienti gli indizi sulla base dei quali la custodia era stata, poco prima, disposta. Ora stupisce che, dopo il primo incidente probatorio, i difensori anticipino pubblicamente il processo davanti ai giornalisti anziché attendere le normali, riservate, cadenze del processo penale per abuso di minori: rivelando ciò che la prima bambina sottoposta ad audizione protetta aveva dichiarato poco prima e commentando le sue dichiarazioni secondo i propri interessi processuali.
Normalmente accade proprio l’opposto. L’audizione protetta si svolge in totale segretezza. I suoi risultati non vengono svelati dalle parti. Lo stesso dibattimento, quando avviene, si svolge a porte chiuse. Non mi sembra che la peculiarità del caso Rignano, la sua inevitabile risonanza pubblica, l’interesse morboso suscitato fra la gente, la tensione particolarmente aspra fra le parti, giustifichi quest’anticipazione pubblica ed extraprocessuale del processo. Mi sembra che essa sia, comunque, dannosa. Meglio sarebbe stato che nulla fosse trapelato e che la giustizia avesse potuto fare silenziosamente il suo corso.
Ma tant’è, ciò che è accaduto è accaduto, ed i giornalisti, di fronte alle dichiarazioni delle parti, non potevano fare altro che registrarle. A questo punto vale tuttavia la pena di chiarire, sul terreno giuridico, ciò che sta accadendo nel processo per abuso su minori in corso a Tivoli.
Il Tribunale di Tivoli sta procedendo con incidente probatorio all’audizione protetta dei bambini presuntivamente abusati. L’incidente probatorio è uno strumento processuale che consente di acquisire le prove durante le indagini quando non è possibile attendere, per la loro acquisizione, il momento del dibattimento, poiché attendendo la prova rischierebbe di svanire. Nei processi per pedofilia l’audizione anticipata dei bambini costituisce la regola, poiché con il passare del tempo i loro ricordi potrebbero attenuarsi o scomparire.
Nulla di strano, quindi, che anche nel caso di Rignano si sia deciso di utilizzare questo strumento di prova. Semmai stupisce che si sia atteso tanto, poiché di regola nei processi di abuso uno dei primi atti è proprio l’acquisizione delle testimonianze dei bimbi attraverso lo strumento dell’incidente probatorio. In questo modo essi sono sentiti una volta per tutte, le loro dichiarazioni (alle condizioni stabilite) hanno valore di prova, una volta ascoltati non vengono ulteriormente turbati con ulteriori domande.
L’audizione dev’essere a sua volta «protetta», dev’essere cioè affidata a una psicologa esperta e avvenire secondo modalità che assicurino la serenità e la spontaneità del bambino. In questa prospettiva si prevede che l’audizione avvenga in una stanza attrezzata per il gioco, che il colloquio si sviluppi in modo naturale e senza sollecitazioni dirette, che coloro che hanno diritto di assistere alla prova si collochino in una stanza accanto e seguano l’audizione attraverso sistemi audiovisivi, che le loro eventuali domande siano comunque filtrate dall’esperienza dell’esperta.
Tutto - domande, risposte, atteggiamenti, smorfie, tremiti, eccitazione, esclamazioni, risa - viene registrato e costituisce fonte di prova, oggetto di discussione nel processo. Se il bambino non è stato suggestionato, ha risposto spontaneamente alle domande e viene giudicato credibile dalla perita psicologa, le sue parole accusatorie saranno considerate testimonianze a carico e su di esse potrà, eventualmente, fondarsi il rinvio a giudizio degli imputati e la loro eventuale condanna penale. Il problema, nei processi per abuso di minori, è, sempre, stabilire se il bambino che ha accusato sia credibile o sia stato, piuttosto, suggestionato da qualcuno o abbia inventato sull’onda della fantasia infantile.
Sulla credibilità dei bambini c’è discussione fra gli psicologi. La minoranza esclude che essi possano essere utilizzati come testimoni in quanto non sarebbero mai attendibili. La netta maggioranza ritiene invece che anche i bambini possono essere buoni testimoni e che si tratta, pertanto, di valutare in concreto, nei singoli casi, se essi siano o meno credibili. Un accertamento complesso, fonte, sovente, di difficoltà e di aspre contrapposizioni processuali. Comunque possibile e pertanto utilizzabile per la soluzione dei casi giudiziari di pedofilia.
Il nostro ordinamento giuridico è sicuramente orientato in questa seconda direzione. Non pone limiti soggettivi alla testimonianza. Prevede espressamente l’escussione dei minori nella forma dell’audizione protetta. Punisce gravemente i delitti di violenza sui bambini. Poiché di regola, nei processi per abuso, la prova regina, l’unica esistente, è costituita dalle parole del minore, negare in assoluto la loro efficacia probatoria significherebbe d’altronde vanificare la stessa previsione dei reati di pedofilia. Con la conseguenza che il bambino non avrebbe più tutela penale contro il suo violentatore. Ovviamente un assurdo.
Anche a Rignano, dunque, la parola dei bambini potrà essere decisiva nel processo, nell’una o nell’altra direzione. Di qui la ragione dell’aspra, clamorosa, contrapposizione verbale fra difensori avvenuta ieri, pubblicamente, fuori dell’ambiente protetto del Tribunale di Tivoli. Un’avvisaglia pericolosa di quanto potrebbe ripetersi domani, dopodomani e successivamente ancora. In un processo nel quale silenzio, moderazione, riserbo, sarebbero invece, come in ogni processo per violenza ai minori, assolutamente necessari.
30/07/07 - CARLO FEDERICO GROSSO - lastampa.it
Normalmente accade proprio l’opposto. L’audizione protetta si svolge in totale segretezza. I suoi risultati non vengono svelati dalle parti. Lo stesso dibattimento, quando avviene, si svolge a porte chiuse. Non mi sembra che la peculiarità del caso Rignano, la sua inevitabile risonanza pubblica, l’interesse morboso suscitato fra la gente, la tensione particolarmente aspra fra le parti, giustifichi quest’anticipazione pubblica ed extraprocessuale del processo. Mi sembra che essa sia, comunque, dannosa. Meglio sarebbe stato che nulla fosse trapelato e che la giustizia avesse potuto fare silenziosamente il suo corso.
Ma tant’è, ciò che è accaduto è accaduto, ed i giornalisti, di fronte alle dichiarazioni delle parti, non potevano fare altro che registrarle. A questo punto vale tuttavia la pena di chiarire, sul terreno giuridico, ciò che sta accadendo nel processo per abuso su minori in corso a Tivoli.
Il Tribunale di Tivoli sta procedendo con incidente probatorio all’audizione protetta dei bambini presuntivamente abusati. L’incidente probatorio è uno strumento processuale che consente di acquisire le prove durante le indagini quando non è possibile attendere, per la loro acquisizione, il momento del dibattimento, poiché attendendo la prova rischierebbe di svanire. Nei processi per pedofilia l’audizione anticipata dei bambini costituisce la regola, poiché con il passare del tempo i loro ricordi potrebbero attenuarsi o scomparire.
Nulla di strano, quindi, che anche nel caso di Rignano si sia deciso di utilizzare questo strumento di prova. Semmai stupisce che si sia atteso tanto, poiché di regola nei processi di abuso uno dei primi atti è proprio l’acquisizione delle testimonianze dei bimbi attraverso lo strumento dell’incidente probatorio. In questo modo essi sono sentiti una volta per tutte, le loro dichiarazioni (alle condizioni stabilite) hanno valore di prova, una volta ascoltati non vengono ulteriormente turbati con ulteriori domande.
L’audizione dev’essere a sua volta «protetta», dev’essere cioè affidata a una psicologa esperta e avvenire secondo modalità che assicurino la serenità e la spontaneità del bambino. In questa prospettiva si prevede che l’audizione avvenga in una stanza attrezzata per il gioco, che il colloquio si sviluppi in modo naturale e senza sollecitazioni dirette, che coloro che hanno diritto di assistere alla prova si collochino in una stanza accanto e seguano l’audizione attraverso sistemi audiovisivi, che le loro eventuali domande siano comunque filtrate dall’esperienza dell’esperta.
Tutto - domande, risposte, atteggiamenti, smorfie, tremiti, eccitazione, esclamazioni, risa - viene registrato e costituisce fonte di prova, oggetto di discussione nel processo. Se il bambino non è stato suggestionato, ha risposto spontaneamente alle domande e viene giudicato credibile dalla perita psicologa, le sue parole accusatorie saranno considerate testimonianze a carico e su di esse potrà, eventualmente, fondarsi il rinvio a giudizio degli imputati e la loro eventuale condanna penale. Il problema, nei processi per abuso di minori, è, sempre, stabilire se il bambino che ha accusato sia credibile o sia stato, piuttosto, suggestionato da qualcuno o abbia inventato sull’onda della fantasia infantile.
Sulla credibilità dei bambini c’è discussione fra gli psicologi. La minoranza esclude che essi possano essere utilizzati come testimoni in quanto non sarebbero mai attendibili. La netta maggioranza ritiene invece che anche i bambini possono essere buoni testimoni e che si tratta, pertanto, di valutare in concreto, nei singoli casi, se essi siano o meno credibili. Un accertamento complesso, fonte, sovente, di difficoltà e di aspre contrapposizioni processuali. Comunque possibile e pertanto utilizzabile per la soluzione dei casi giudiziari di pedofilia.
Il nostro ordinamento giuridico è sicuramente orientato in questa seconda direzione. Non pone limiti soggettivi alla testimonianza. Prevede espressamente l’escussione dei minori nella forma dell’audizione protetta. Punisce gravemente i delitti di violenza sui bambini. Poiché di regola, nei processi per abuso, la prova regina, l’unica esistente, è costituita dalle parole del minore, negare in assoluto la loro efficacia probatoria significherebbe d’altronde vanificare la stessa previsione dei reati di pedofilia. Con la conseguenza che il bambino non avrebbe più tutela penale contro il suo violentatore. Ovviamente un assurdo.
Anche a Rignano, dunque, la parola dei bambini potrà essere decisiva nel processo, nell’una o nell’altra direzione. Di qui la ragione dell’aspra, clamorosa, contrapposizione verbale fra difensori avvenuta ieri, pubblicamente, fuori dell’ambiente protetto del Tribunale di Tivoli. Un’avvisaglia pericolosa di quanto potrebbe ripetersi domani, dopodomani e successivamente ancora. In un processo nel quale silenzio, moderazione, riserbo, sarebbero invece, come in ogni processo per violenza ai minori, assolutamente necessari.
30/07/07 - CARLO FEDERICO GROSSO - lastampa.it
Coca, storie di disperata normalità
Da uno spacciatore qualunque su una qualunque solitaria, disperata stradona del Nord una dose di coca costa cinquanta euro. È una pallina bianca, avvolta nel domopak, la pellicola che si usa in cucina per coprire gli alimenti nel frigidaire.
Nella notte gli spacciatori appaiono quando arrivano i clienti e scompaiono quando giunge la polizia. Sono le tre in una località della bassa lombarda, fra Pavia e Cremona. Utilitarie in coda dal pusher, qualche Porsche Carrera, qualche Cayenne. Passaggi rapidi di soldi e neve. Poi via a gran velocità sull’asfalto infuocato.
Le zanzare si appiccicano sui vetri. Dalle auto esce musica ad alto volume: vanno forte i Rolling Stones. C’è chi si ferma dopo un po’, in una lounge. L’ultimo mojito e poi il tiro, nella toilette, oppure direttamente al tavolo. È tardi e tutti si sbirciano prima di farsi la pista. Sulla plastica.
La coppia è normale. Lui porta la camicia bianca sopra i pantaloni rossi. Lei è una ventenne con jeans e maglietta stretta e corta alla Kate Moss. Hanno la fede nuziale al dito, insieme con altri anelli. Se ne vanno con una bottiglietta di minerale in mano. Il pusher, e sono le quattro, è ancora al suo posto.
C’è un’auto con una coppia di sposi a bordo. Lei è ancora vestita di bianco, come la dose che stanno per comprare. Hanno festeggiato con gli amici in discoteca e finiscono la prima notte così.
La periferia della città all’alba della domenica ha poche luci accese, piccoli appartamenti bilocali, un letto, un impianto stereo, un maxischermo, una cucina soggiorno. Posti disordinati raccontano i poliziotti. Molti cd, frigoriferi pieni di bottiglie di acqua, coca light e tutt’al più una bottiglia di vodka. Computer, scaffali con libri. Riviste di gossip. Finestre senza tende.
Case fatte per dormirci poco e viverci quel tanto che serve. La normalità della droga passa per i bar, le disco, le lounge. Tutti vestiti come a Miami, ma con le illusioni perdute nella bassa. Alle otto del mattino c’è chi prende il cappuccino prima di andare a dormire. E al pronto soccorso degli ospedali si contano i feriti e i morti degli incidenti stradali, gli intossicati, gli sballati che non si sa bene cosa abbiano bevuto, fumato o sniffato.
Madri, padri, familiari arrivano sorpresi: la disgrazia li ha messi davanti alla realtà Cocaina, una parola che da queste parti conoscevano, sino a qualche anno fa, solo i pochi lettori di Pitigrilli. Ora ne parlano tutti, nei pettegolezzi dalle parrucchiere di paese, nei gossip d’ufficio, nei dehors dei caffè. Si sa dove comprarla, si conoscono gli spacciatori, se ne desiderano gli effetti: la sicurezza, il senso di onnipotenza, la capacità di rimanere svegli all’infinito, il maggior vigore sessuale.
Molte coppie la vogliono solo per quest’ultima conseguenza, tanto per riscaldare matrimoni appassiti dopo pochi mesi. La coca è entrata nella vita, come il pinot grigio, il risotto alla milanese, la pizza e i cocktail esotici con tanto rhum e tanto ghiaccio.
Il coca time parte alle sette di sera del venerdì all’ora dell’aperitivo, quando comincia il weekend accelerato. Forse la prima pista si prende dopo le tapas e un drink. E da lì si continua. Verso l’insonnia della «vita». E, se capita, verso la calma eterna della morte. Ai funerali dei drogati c’è sempre chi maledisce gli spacciatori e chi promette che non tirerà più, magari gettando nella fossa, come è successo, una dose di cocaina.
30/07/07 - CARLO ROSSELLA - lastampa.it
Nella notte gli spacciatori appaiono quando arrivano i clienti e scompaiono quando giunge la polizia. Sono le tre in una località della bassa lombarda, fra Pavia e Cremona. Utilitarie in coda dal pusher, qualche Porsche Carrera, qualche Cayenne. Passaggi rapidi di soldi e neve. Poi via a gran velocità sull’asfalto infuocato.
Le zanzare si appiccicano sui vetri. Dalle auto esce musica ad alto volume: vanno forte i Rolling Stones. C’è chi si ferma dopo un po’, in una lounge. L’ultimo mojito e poi il tiro, nella toilette, oppure direttamente al tavolo. È tardi e tutti si sbirciano prima di farsi la pista. Sulla plastica.
La coppia è normale. Lui porta la camicia bianca sopra i pantaloni rossi. Lei è una ventenne con jeans e maglietta stretta e corta alla Kate Moss. Hanno la fede nuziale al dito, insieme con altri anelli. Se ne vanno con una bottiglietta di minerale in mano. Il pusher, e sono le quattro, è ancora al suo posto.
C’è un’auto con una coppia di sposi a bordo. Lei è ancora vestita di bianco, come la dose che stanno per comprare. Hanno festeggiato con gli amici in discoteca e finiscono la prima notte così.
La periferia della città all’alba della domenica ha poche luci accese, piccoli appartamenti bilocali, un letto, un impianto stereo, un maxischermo, una cucina soggiorno. Posti disordinati raccontano i poliziotti. Molti cd, frigoriferi pieni di bottiglie di acqua, coca light e tutt’al più una bottiglia di vodka. Computer, scaffali con libri. Riviste di gossip. Finestre senza tende.
Case fatte per dormirci poco e viverci quel tanto che serve. La normalità della droga passa per i bar, le disco, le lounge. Tutti vestiti come a Miami, ma con le illusioni perdute nella bassa. Alle otto del mattino c’è chi prende il cappuccino prima di andare a dormire. E al pronto soccorso degli ospedali si contano i feriti e i morti degli incidenti stradali, gli intossicati, gli sballati che non si sa bene cosa abbiano bevuto, fumato o sniffato.
Madri, padri, familiari arrivano sorpresi: la disgrazia li ha messi davanti alla realtà Cocaina, una parola che da queste parti conoscevano, sino a qualche anno fa, solo i pochi lettori di Pitigrilli. Ora ne parlano tutti, nei pettegolezzi dalle parrucchiere di paese, nei gossip d’ufficio, nei dehors dei caffè. Si sa dove comprarla, si conoscono gli spacciatori, se ne desiderano gli effetti: la sicurezza, il senso di onnipotenza, la capacità di rimanere svegli all’infinito, il maggior vigore sessuale.
Molte coppie la vogliono solo per quest’ultima conseguenza, tanto per riscaldare matrimoni appassiti dopo pochi mesi. La coca è entrata nella vita, come il pinot grigio, il risotto alla milanese, la pizza e i cocktail esotici con tanto rhum e tanto ghiaccio.
Il coca time parte alle sette di sera del venerdì all’ora dell’aperitivo, quando comincia il weekend accelerato. Forse la prima pista si prende dopo le tapas e un drink. E da lì si continua. Verso l’insonnia della «vita». E, se capita, verso la calma eterna della morte. Ai funerali dei drogati c’è sempre chi maledisce gli spacciatori e chi promette che non tirerà più, magari gettando nella fossa, come è successo, una dose di cocaina.
30/07/07 - CARLO ROSSELLA - lastampa.it
Incidenti stradali, strage senza fine
Week-end di sangue: quasi quaranta morti. Una donna incinta resta vittima di uno scontro tra due moto nel Milanese.
INCIDENTI - Tragico il bilancio degli incidenti del fine settimana nonostante quest'ultima domenica di luglio da «bollino verde» sulla rete autostradale. Almeno 39 i morti nel fine settimana. Ma il numero è destinato ad aumentare, considerando che non si conoscono ancora i dati ufficiali forniti dalle forze di polizia. Quindici le vittime di domenica alle quali si aggiungono i 24 decessi di venerdì e sabato. Gli incidenti più gravi in Lombardia.
LOMBARDIA - Lungo l'ex statale 11 tra Treviglio e Caravaggio, nel Bergamasco hanno perso la vita due ragazzi di 24 e 26 anni e una ragazza di 16. Feriti altri due giovani, una ragazza di 18 anni e un ragazzo di 24. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, tutti e cinque si trovavano a bordo di una vettura che è finita fuori strada. Per estrarre i corpi dalle lamiere si è reso necessario l'intervento di tre squadre dei vigili del fuoco. Il conducente dell'auto coinvolta nell'incidente, il 24enne rimasto ferito, è risultato positivo al test dell'alcol. Tre persone, due uomini e una donna incinta, sono morte in un incidente stradale che ha coinvolto una moto e un motorino a Gaggiano(Milano). Nello scontro frontale hanno perso la vita sul colpo i conducenti dei due mezzi mentre la donna, che viaggiava sulla moto condotta dal marito, è morta all'ospedale Humanitas di Rozzano, dove era stata trasportata. Sul luogo dell'incidente sono intervenute le pattuglie della polizia stradale, dei carabinieri di Gaggiano, dei vigili, due ambulanze e un elicottero del 118. Una guardia giurata di 28 anni di Isola Dovarese(Cremona), Gianluca Guazzi, è stata ucciso da un'auto guidata da un ventiduenne ubriaco. Teatro dello schianto mortale è stata la provinciale 10 Cremona-Mantova tra Piadena e Calvatone, in provincia di Cremona. Un uomo di 45 anni residente a Corte Olona (Pavia) è morto in un incidente nel Pavese. La vittima, alla guida della sua Rover, si è scontrata frontalmente con un'altra vettura. L' impatto è avvenuto nel tratto compreso tra l'Andriano e Torrevecchia Pia.
EMILIA ROMAGNA - Una donna di 65 anni è morta sul colpo in un incidente frontale avvenuto poco prima delle 8 ad Anzola Emilia (Bologna). Alla guida dell'altro mezzo che ha invaso la corsia sulla quale viaggiava la vittima, c'era un 36enne che aveva un tasso alcolemico nel sangue quattro volte superiore al consentito. L'uomo è stato quindi arrestato per omicidio colposo.
LAZIO - A Roma un ragazzo di 21 anni ha perso la vita e altri quattro giovani sono rimasti feriti in un incidente avvenuto nella notte in prossimità della rampa del Gran Raccordo Anulare, in direzione Ciampino.
VENETO - Tamponamento mortale, sempre nella notte, sulla strada provinciale 3 di Albignasego, in località di San Giacomo, Padova. Vittima un automobilista diretto da Padova a Casalserugo, che è deceduto in seguito all'impatto con un ciclomotore. Ferito il motociclista, che è stato trasferito in un ospedale di Padova.
TOSCANA - E due motociclisti hanno perso la vita in Toscana. Un uomo di 54 anni è deceduto in uno scontro con un trattore. È successo in Mugello, lungo la strada statale 503, poco prima del Passo del Giogo (Firenze). Un altro motociclista di 30 anni è morto in un scontro tra due moto, avvenuto lungo la provinciale 556 Londa-Stia, in località Il Tiro, in Casentino, Arezzo.
CAMPANIA - Incidente mortale anche ad Angri (Salerno): sull'A3 una ragazza di 26 anni è deceduta dopo aver perso il controllo della sua vettura.
30 luglio 2007 - corriere.it
INCIDENTI - Tragico il bilancio degli incidenti del fine settimana nonostante quest'ultima domenica di luglio da «bollino verde» sulla rete autostradale. Almeno 39 i morti nel fine settimana. Ma il numero è destinato ad aumentare, considerando che non si conoscono ancora i dati ufficiali forniti dalle forze di polizia. Quindici le vittime di domenica alle quali si aggiungono i 24 decessi di venerdì e sabato. Gli incidenti più gravi in Lombardia.
LOMBARDIA - Lungo l'ex statale 11 tra Treviglio e Caravaggio, nel Bergamasco hanno perso la vita due ragazzi di 24 e 26 anni e una ragazza di 16. Feriti altri due giovani, una ragazza di 18 anni e un ragazzo di 24. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, tutti e cinque si trovavano a bordo di una vettura che è finita fuori strada. Per estrarre i corpi dalle lamiere si è reso necessario l'intervento di tre squadre dei vigili del fuoco. Il conducente dell'auto coinvolta nell'incidente, il 24enne rimasto ferito, è risultato positivo al test dell'alcol. Tre persone, due uomini e una donna incinta, sono morte in un incidente stradale che ha coinvolto una moto e un motorino a Gaggiano(Milano). Nello scontro frontale hanno perso la vita sul colpo i conducenti dei due mezzi mentre la donna, che viaggiava sulla moto condotta dal marito, è morta all'ospedale Humanitas di Rozzano, dove era stata trasportata. Sul luogo dell'incidente sono intervenute le pattuglie della polizia stradale, dei carabinieri di Gaggiano, dei vigili, due ambulanze e un elicottero del 118. Una guardia giurata di 28 anni di Isola Dovarese(Cremona), Gianluca Guazzi, è stata ucciso da un'auto guidata da un ventiduenne ubriaco. Teatro dello schianto mortale è stata la provinciale 10 Cremona-Mantova tra Piadena e Calvatone, in provincia di Cremona. Un uomo di 45 anni residente a Corte Olona (Pavia) è morto in un incidente nel Pavese. La vittima, alla guida della sua Rover, si è scontrata frontalmente con un'altra vettura. L' impatto è avvenuto nel tratto compreso tra l'Andriano e Torrevecchia Pia.
EMILIA ROMAGNA - Una donna di 65 anni è morta sul colpo in un incidente frontale avvenuto poco prima delle 8 ad Anzola Emilia (Bologna). Alla guida dell'altro mezzo che ha invaso la corsia sulla quale viaggiava la vittima, c'era un 36enne che aveva un tasso alcolemico nel sangue quattro volte superiore al consentito. L'uomo è stato quindi arrestato per omicidio colposo.
LAZIO - A Roma un ragazzo di 21 anni ha perso la vita e altri quattro giovani sono rimasti feriti in un incidente avvenuto nella notte in prossimità della rampa del Gran Raccordo Anulare, in direzione Ciampino.
VENETO - Tamponamento mortale, sempre nella notte, sulla strada provinciale 3 di Albignasego, in località di San Giacomo, Padova. Vittima un automobilista diretto da Padova a Casalserugo, che è deceduto in seguito all'impatto con un ciclomotore. Ferito il motociclista, che è stato trasferito in un ospedale di Padova.
TOSCANA - E due motociclisti hanno perso la vita in Toscana. Un uomo di 54 anni è deceduto in uno scontro con un trattore. È successo in Mugello, lungo la strada statale 503, poco prima del Passo del Giogo (Firenze). Un altro motociclista di 30 anni è morto in un scontro tra due moto, avvenuto lungo la provinciale 556 Londa-Stia, in località Il Tiro, in Casentino, Arezzo.
CAMPANIA - Incidente mortale anche ad Angri (Salerno): sull'A3 una ragazza di 26 anni è deceduta dopo aver perso il controllo della sua vettura.
30 luglio 2007 - corriere.it
Weekend di stragi sulle strade
UN ALTRO WEEKEND DI STRAGI SULLE STRADE, OLTRE QUARANTA VITTIME
Alcol e velocità le prime cause. Meta: serve subito un decreto
Roma, 30 lug. (Apcom) - Un nuovo weekend di stragi sulle strade d'Italia. Non ancora noto il dato di questa notte, il bilancio è già di trentanove incidenti mortali con l'alcol e l'alta velocità cause prime delle tragedie.
A Bologna un uomo ubriaco ha travolto una donna di 65 anni. In Lombardia, in diversi incidenti in meno di mezza giornata, hanno perso la vita quindici persone.
Il presidente della commissione Trasporti del Senato Michele Meta:"Serve subito un decreto, sulle strade si muore ma in Senato si gioca con gli emendamenti. Non ci si rende conto che la legge sulla sicurezza stradale del governo proposta dal ministro Bianchi è un provvedimento emergenziale: 250 emendamenti sono troppi".
30/07/07 - notizie.alice.it
Alcol e velocità le prime cause. Meta: serve subito un decreto
Roma, 30 lug. (Apcom) - Un nuovo weekend di stragi sulle strade d'Italia. Non ancora noto il dato di questa notte, il bilancio è già di trentanove incidenti mortali con l'alcol e l'alta velocità cause prime delle tragedie.
A Bologna un uomo ubriaco ha travolto una donna di 65 anni. In Lombardia, in diversi incidenti in meno di mezza giornata, hanno perso la vita quindici persone.
Il presidente della commissione Trasporti del Senato Michele Meta:"Serve subito un decreto, sulle strade si muore ma in Senato si gioca con gli emendamenti. Non ci si rende conto che la legge sulla sicurezza stradale del governo proposta dal ministro Bianchi è un provvedimento emergenziale: 250 emendamenti sono troppi".
30/07/07 - notizie.alice.it
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