Nuovo strumento diagnostico, servira' anche regioni vicine
(ANSA) - CAMPOBASSO, 2 LUG - E' stata inaugurata, all'ospedale 'Cardarelli' di Campobasso, la nuova funzione la Tomografia Pet/Tac. Si tratta di un sofisticato strumento diagnostico di ultima generazione che risponde alla richiesta dei pazienti molisani, che non saranno piu' costretti a lunghe trasferte fuori regione. 'Il servizio - e' stato detto durante la cerimonia - e' un punto di riferimento anche per i cittadini delle regioni limitrofe'.
02-07-2007 - fonte
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"Ma il cielo è sempre più blu", si scatenano le polemiche
"Titolo fittizio che vuol rendare un'idea dei diversi articoli su questo tema, ne ho scelto uno"
Rino Gaetano, fiction con polemica - La sorella: "Il suo spirito non c'è"
Anna Gaetano contesta: "Troppo forzati alcuni aspetti della sua vita" [nello specifico l'immagine di alcolista che ne risulta]
Il regista Marco Turco: "Abbiamo cercato di restituire al meglio la sua anima"
DEBUTTO con polemica per il Roma FictionFest, che si è aperto oggi con una delle anteprime più attese, quella di Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu, in cui un bravo Claudio Santamaria interpreta il cantautore scomparso a 31 anni nel 1981. La sorella del cantante, Anna, in un'intervista al magazine Primissima si è detta "non soddisfatta" della fiction (per la quale ha fatto da consulente) che avrebbe "inventato" e "romanzato" intorno alla vita del fratello, insistendo su alcuni punti - il conflitto col padre, il rapporto con l'alcol - in maniera non veritiera. Affermazioni che, durante la conferenza stampa che ha seguìto l'anteprima, all'Auditorium Conciliazione, costringono Agostino Saccà, il direttore di RaiFiction (che produce il film) a precisare: "Non abbiamo tradito Rino Gaetano". E il regista, Marco Turco: "Prima di sceneggiare abbiamo approfondito la ricerca, intervistato la sorella, gli amici, alla fine abbiamo cercato di restituire al meglio la sua anima e la sua forza".
Calabrese di nascita, romano d'adozione, Rino Gaetano moriva 26 anni fa dopo una vita breve, intensa e confusa. Il film, che prende il titolo da uno dei suoi successi e che andrà in onda in due puntate su RaiUno fra ottobre e novembre, ne ripercorre la vita dagli anni Sessanta: il conflitto col padre, l'attore Nicola Di Pinto (uno degli aspetti della fiction che la sorella contesta, ricordando che invece il loro era un bel rapporto), la scoperta della musica, gli amici come Barone (Ninetto Davoli), le donne. Due, soprattutto: Irene (la bella Kasia Smutniak), ragazza di buona famiglia che perde la testa per lui ma non ne saprà comprendere le intemperanze, e Chiara (Laura Chiatti), furba e ambiziosa.
Poi il successo, il Festival di Sanremo (1978, terzo posto con Gianna), il difficile equilibrio tra la celebrità improvvisa e le incertezze che lo avrebbero fatto spesso rifugiare nell'alcol (altro punto contestato dalla sorella, "un conto è il piacere del bere, un conto è farlo bere così tanto"), le incomprensioni con Irene e con il mondo del mercato discografico al quale sentiva di non appartenere. Fino all'ultimo viaggio (finirà contro un camion lungo la via Nomentana, a Roma, sarà rifiutato da cinque ospedali e morirà all'alba per le ferite riportate), del quale nel film si mostra solo l'inizio, per poi sfumare su immagini di repertorio.
Dieci chili di meno e una voce che ricorda in maniera impressionante quella del cantautore: Claudio Santamaria (il Dandy di Romanzo criminale) racconta di aver letto tutte le biografie dedicate all'artista e di aver tratto ispirazione "dagli autori che leggeva, Dante, Pavese, Palazzeschi, dalla musica che ascoltava, dalle apparizioni in tv. Volevo tirare fuori un lato di lui che non si è mai visto - spiega l'attore - la parte più poetica e fragile".
Per Santamaria, Gaetano era "un poeta prima di ogni altra cosa, e un giullare, un dissacratore che sapeva sdrammatizzare ma senza essere superficiale. Conoscevo le sue canzoni - spiega - ma non la sua vita, non sapevo che da piccolo fosse stato in collegio. Cantare per me non è stato un problema perché ho avuto un gruppo. Poi, lui cantava più col cuore che con la tecnica, le sue erano performance, ho visto che una volta si presentò a uno show di Corrado con indosso una muta da sub...".
Ornella Vanoni, Tetes de Bois, Afterhours, Paolo Rossi che ha portato un suo inedito all'ultimo Festival di Sanremo: le canzoni di Gaetano sono state più volte reinterpretate "perché sono sempre attuali - dice ancora Santamaria - basta guardare il testo di Nuntereggaepiù, sembra scritto ieri. E' un bene non dimenticare un artista che non s'è voluto schierare, e che quella scelta l'ha pagata".
di ALESSANDRA VITALI - 2 luglio 2007 - fonte
Rino Gaetano, fiction con polemica - La sorella: "Il suo spirito non c'è"
Anna Gaetano contesta: "Troppo forzati alcuni aspetti della sua vita" [nello specifico l'immagine di alcolista che ne risulta]
Il regista Marco Turco: "Abbiamo cercato di restituire al meglio la sua anima"
DEBUTTO con polemica per il Roma FictionFest, che si è aperto oggi con una delle anteprime più attese, quella di Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu, in cui un bravo Claudio Santamaria interpreta il cantautore scomparso a 31 anni nel 1981. La sorella del cantante, Anna, in un'intervista al magazine Primissima si è detta "non soddisfatta" della fiction (per la quale ha fatto da consulente) che avrebbe "inventato" e "romanzato" intorno alla vita del fratello, insistendo su alcuni punti - il conflitto col padre, il rapporto con l'alcol - in maniera non veritiera. Affermazioni che, durante la conferenza stampa che ha seguìto l'anteprima, all'Auditorium Conciliazione, costringono Agostino Saccà, il direttore di RaiFiction (che produce il film) a precisare: "Non abbiamo tradito Rino Gaetano". E il regista, Marco Turco: "Prima di sceneggiare abbiamo approfondito la ricerca, intervistato la sorella, gli amici, alla fine abbiamo cercato di restituire al meglio la sua anima e la sua forza".
Calabrese di nascita, romano d'adozione, Rino Gaetano moriva 26 anni fa dopo una vita breve, intensa e confusa. Il film, che prende il titolo da uno dei suoi successi e che andrà in onda in due puntate su RaiUno fra ottobre e novembre, ne ripercorre la vita dagli anni Sessanta: il conflitto col padre, l'attore Nicola Di Pinto (uno degli aspetti della fiction che la sorella contesta, ricordando che invece il loro era un bel rapporto), la scoperta della musica, gli amici come Barone (Ninetto Davoli), le donne. Due, soprattutto: Irene (la bella Kasia Smutniak), ragazza di buona famiglia che perde la testa per lui ma non ne saprà comprendere le intemperanze, e Chiara (Laura Chiatti), furba e ambiziosa.
Poi il successo, il Festival di Sanremo (1978, terzo posto con Gianna), il difficile equilibrio tra la celebrità improvvisa e le incertezze che lo avrebbero fatto spesso rifugiare nell'alcol (altro punto contestato dalla sorella, "un conto è il piacere del bere, un conto è farlo bere così tanto"), le incomprensioni con Irene e con il mondo del mercato discografico al quale sentiva di non appartenere. Fino all'ultimo viaggio (finirà contro un camion lungo la via Nomentana, a Roma, sarà rifiutato da cinque ospedali e morirà all'alba per le ferite riportate), del quale nel film si mostra solo l'inizio, per poi sfumare su immagini di repertorio.
Dieci chili di meno e una voce che ricorda in maniera impressionante quella del cantautore: Claudio Santamaria (il Dandy di Romanzo criminale) racconta di aver letto tutte le biografie dedicate all'artista e di aver tratto ispirazione "dagli autori che leggeva, Dante, Pavese, Palazzeschi, dalla musica che ascoltava, dalle apparizioni in tv. Volevo tirare fuori un lato di lui che non si è mai visto - spiega l'attore - la parte più poetica e fragile".
Per Santamaria, Gaetano era "un poeta prima di ogni altra cosa, e un giullare, un dissacratore che sapeva sdrammatizzare ma senza essere superficiale. Conoscevo le sue canzoni - spiega - ma non la sua vita, non sapevo che da piccolo fosse stato in collegio. Cantare per me non è stato un problema perché ho avuto un gruppo. Poi, lui cantava più col cuore che con la tecnica, le sue erano performance, ho visto che una volta si presentò a uno show di Corrado con indosso una muta da sub...".
Ornella Vanoni, Tetes de Bois, Afterhours, Paolo Rossi che ha portato un suo inedito all'ultimo Festival di Sanremo: le canzoni di Gaetano sono state più volte reinterpretate "perché sono sempre attuali - dice ancora Santamaria - basta guardare il testo di Nuntereggaepiù, sembra scritto ieri. E' un bene non dimenticare un artista che non s'è voluto schierare, e che quella scelta l'ha pagata".
di ALESSANDRA VITALI - 2 luglio 2007 - fonte
Sanità: dati sulle morti da gravidanza resi dall'OMS
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei giorni scorsi a Milano, durante un incontro promosso in collaborazione con la Fondazione Chiesi per il lancio di un progetto contro l'asfissia neonatale nelle nazioni in via di sviluppo, ha reso noto che ogni anno, sia la gravidanza sia il parto uccidono circa 500 mila donne in tutto il mondo. Ma ancora. Dall'incontro è emerso che in tutto il mondo, nell'arco di un anno, muoiono circa 4 milioni di bimbi entro il primo mese di vita e circa 3,3 milioni nascono morti, di cui un milione (34%) smette di respirare durante il travaglio.
L'occasione è stata quindi utile al fine di porre un accento sull'emergenza dell'asfissia neonatale, che ogni anno provoca il decesso di un milione di bimbi nonché la disabilità di un altro milione, e che costringe a manovre di rianimazione il 5-10% dei nuovi nati (5-8 milioni).
Il numero più elevato di questa tragedia riguarda (per il 98% dei casi) le popolazioni povere del Pianeta mentre la percentuale si riduce al 2% per i Paesi Ricchi. Ornella Lincetto, neonatologa del Dipartimento Oms Making Pregnancy Safer ha partecipato all'incontro e ha evidenziato che "e proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica su calamità spesso dimenticate contro cui ognuno di noi può fare invece una piccola parte dal 27 giugno all'11 luglio è in programma all'Auditorium Parco della musica di Roma la mostra 'Art for Health'. Opere d'arte contemporanea a tema, in un'esposizione che sarà inaugurata mercoledì 27 giugno alle 19.30 dallo stesso Ministro delle Salute". All'incontro poi il Direttore dell'Unità intensiva neonatale dell'Università di Ancona, ha riferito che "nella penisola ogni anno su mille nuovi nati ne muoiono 'solo' 4, con punte di 5-6 in alcune Regioni del Sud. Un dato inferiore persino a quelli registrati in Usa e Regno Unito, che scende ulteriormente se si escludono i nati prematuri. Di asfissia neonatale, infine, muore solo 0,5-1 bebè italiano ogni mille nati".
03/07/2007 - Autore: Cristina Matricardi - fonte
L'occasione è stata quindi utile al fine di porre un accento sull'emergenza dell'asfissia neonatale, che ogni anno provoca il decesso di un milione di bimbi nonché la disabilità di un altro milione, e che costringe a manovre di rianimazione il 5-10% dei nuovi nati (5-8 milioni).
Il numero più elevato di questa tragedia riguarda (per il 98% dei casi) le popolazioni povere del Pianeta mentre la percentuale si riduce al 2% per i Paesi Ricchi. Ornella Lincetto, neonatologa del Dipartimento Oms Making Pregnancy Safer ha partecipato all'incontro e ha evidenziato che "e proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica su calamità spesso dimenticate contro cui ognuno di noi può fare invece una piccola parte dal 27 giugno all'11 luglio è in programma all'Auditorium Parco della musica di Roma la mostra 'Art for Health'. Opere d'arte contemporanea a tema, in un'esposizione che sarà inaugurata mercoledì 27 giugno alle 19.30 dallo stesso Ministro delle Salute". All'incontro poi il Direttore dell'Unità intensiva neonatale dell'Università di Ancona, ha riferito che "nella penisola ogni anno su mille nuovi nati ne muoiono 'solo' 4, con punte di 5-6 in alcune Regioni del Sud. Un dato inferiore persino a quelli registrati in Usa e Regno Unito, che scende ulteriormente se si escludono i nati prematuri. Di asfissia neonatale, infine, muore solo 0,5-1 bebè italiano ogni mille nati".
03/07/2007 - Autore: Cristina Matricardi - fonte
Darfur: da MSF allarme per i campi profughi
Il Presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF), Christophe Fournier, appena rientrato dal Darfur, descrive in quest'intervista pubblicata sul sito dell'organizzazione la situazione umanitaria ed esprime le sue preoccupazioni riguardo all'intervento militare e ai corridoi umanitari.
Come descriverebbe l'attuale situazione dei civili in Darfur?
In due settimane ho visitato tre regioni del Darfur e sono rimasto particolarmente colpito dal clima di insicurezza che la popolazione deve affrontare quotidianamente. Anche se le violenze non raggiungono i livelli del 2003 e degli inizi del 2004, i civili continuano a venire uccisi. I due milioni di sfollati che vivono nei campi e negli insediamenti rischiano di essere attaccati non appena si avventurano fuori per cercare legna o acqua e quindi sostanzialmente è come se fossero in prigioni a cielo aperto, e le violenze vengono perpetrate sia all'interno che all'esterno di queste prigioni. Inoltre centinaia di migliaia di persone che non sono riuscite a raggiungere i campi principali sono tagliate fuori dai soccorsi umanitari a causa del perdurare del conflitto.
Questo clima di insicurezza incide anche sulle organizzazioni umanitarie?
Sì, assolutamente, incide anche sugli operatori umanitari. Nel corso dell'ultimo anno abbiamo dovuto ridurre il numero dei nostri progetti perché gli scontri ci hanno costretto ad evacuare o perché abbiamo subito degli attacchi nei nostri “compound” o a causa dell'insicurezza sulle strade. L'unico modo per raggiungere alcune strutture e per gestire le cliniche mobili è l'automobile ma gli attacchi agli operatori umanitari e ai loro veicoli sono sempre più numerosi. L'anno scorso sono stati rubati oltre 100 veicoli di agenzie umanitarie e quest'anno siamo già oltre i 50 veicoli rubati. È un dato molto significativo dal momento che sulle strade ci sono sempre meno organizzazioni umanitarie.
Cosa possiamo dire riguardo allo stato di salute della popolazione? Riceve l'assistenza sanitaria di base?
Negli insediamenti e nei campi sfollati più grandi la gente riceve cibo, acqua, ripari e assistenza sanitaria di base, ma solo grazie alle attività di soccorso senza precedenti per il Darfur. Nelle nostre strutture sanitarie diamo assistenza a circa 500.000 sfollati e i principali problemi riscontrati dal nostro staff medico sono la diarrea e le affezioni respiratorie (soprattutto nei bambini al di sotto dei 5 anni). Nelle località lontane dalle città principali, per le quali MSF ha di recente potuto verificare la situazione sanitaria, continuiamo a riscontrare morbillo, meningite e malnutrizione. Dappertutto la sopravvivenza della gente dipende totalmente dagli aiuti umanitari. Per quanto riguarda le persone che non sono raggiungibili perché sono state sfollate in seguito al conflitto e/o perché non sono in grado di raggiungere le città o i campi, è difficile dare una valutazione. Non abbiamo praticamente accesso a questi gruppi per cui è difficile valutarne lo stato di salute. Ovviamente questa mancanza di informazioni desta molta preoccupazione.
Ci può dare un quadro delle principali attività di MSF in Darfur per far fronte ai bisogni della popolazione?
La presenza sul terreno di altre organizzazioni umanitarie (in Darfur sono presenti oltre 80 organizzazioni e circa 13.000 operatori umanitari) ha consentito a MSF di concentrarsi quasi esclusivamente sulle attività mediche. Questi progetti costituiscono attualmente la più vasta operazione di MSF a livello mondiale. Quasi 2000 operatori di MSF forniscono assistenza sanitaria di base nelle città e nei campi sfollati utilizzando anche le cliniche mobili per raggiungere le popolazioni più isolate. In vari ospedali di riferimento, i team medici di MSF svolgono anche attività di medicina d'urgenza, prestazioni chirurgiche per i casi più gravi e servizi sanitari specifici per le vittime di violenza sessuale.
Quali sono oggi le principali sfide per MSF in Darfur?
Oggi la sfida principale è quella di raggiungere le persone che vivono in aree prive di aiuti: località che abbiamo dovuto evacuare per i continui combattimenti e altre località esterne ai campi. Sappiamo che ci sono popolazioni sparse nella regione che sono totalmente prive di qualsiasi assistenza umanitaria. Raggiungere questa gente resta il nostro obiettivo principale.
Da varie parti si richiede un intervento militare per facilitare una soluzione del conflitto. Lei cosa ne pensa?
Dobbiamo essere estremamente chiari: MSF è un'organizzazione umanitaria. Noi siamo in Darfur per portare i soccorsi umanitari e non per trovare una soluzione al conflitto. Noi siamo sempre preoccupati quando veniamo a sapere che le altre organizzazioni umanitarie richiedono un intervento militare. Per lavorare nelle zone di conflitto è essenziale che le organizzazioni umanitarie restino neutrali e indipendenti. Il fatto di venire percepiti come un'organizzazione che sostiene una parte piuttosto che un'altra mette a repentaglio la sicurezza dei nostri team e limita il nostro accesso a determinate aree e popolazioni.
Quanto invece alle altre soluzioni proposte – come ad esempio i corridoi umanitari scortati da militari – devo dire che sembrano essere il risultato di un'analisi estremamente semplicistica della situazione. Dopo la firma del trattato di pace del Darfur nel maggio 2006, abbiamo assistito a una frammentazione delle parti armate con decine di gruppi coinvolti nel conflitto. Fazioni che prima avevano il controllo di alcune aree ora non hanno più il controllo sulla popolazione mentre in altre aree si sono verificati nuovi scontri tra fazioni diverse. La situazione è resa ancora più grave dal diffuso fenomeno del banditismo. La situazione è molto complessa e qualsiasi soluzione semplicistica è discutibile.
Qual è la sua opinione in merito alla proposta di corridoi umanitari protetti dall'esercito?
Si tratta di una situazione estremamente complessa nella quale la violenza è assai diffusa e perpetrata a vari livelli, in una regione grande come la Francia. In un contesto come questo non mi sembra realistico parlare di corridoi umanitari. In realtà un corridoio umanitario vuol dire una serie di convogli di veicoli e generi umanitari che vengono scortati da soldati. In Darfur, se si utilizza una scorta armata o l'esercito, si viene percepiti, da alcune delle parti in guerra, come dei nemici e quindi si perdono la neutralità e l'indipendenza necessarie per accedere alle popolazioni che hanno bisogno di aiuto. Noi abbiamo già delle difficoltà nel raggiungere alcune aree e alcuni gruppi di persone. Per superare queste difficoltà noi dialoghiamo con tutte le parti in causa in modo da far capire loro chi siamo, cosa facciamo, chi vogliamo aiutare e quanto siamo neutrali e indipendenti. I corridoi umanitari potrebbero compromettere tutto questo e fare ben poco per aiutarci a raggiungere coloro che hanno più bisogno di aiuto: le popolazioni disseminate nelle aree esterne ai campi e alle città. Portare aiuti a questa gente resta il nostro obiettivo principale.
Fonte: Medici Senza Frontiere - 02-07-2007
Come descriverebbe l'attuale situazione dei civili in Darfur?
In due settimane ho visitato tre regioni del Darfur e sono rimasto particolarmente colpito dal clima di insicurezza che la popolazione deve affrontare quotidianamente. Anche se le violenze non raggiungono i livelli del 2003 e degli inizi del 2004, i civili continuano a venire uccisi. I due milioni di sfollati che vivono nei campi e negli insediamenti rischiano di essere attaccati non appena si avventurano fuori per cercare legna o acqua e quindi sostanzialmente è come se fossero in prigioni a cielo aperto, e le violenze vengono perpetrate sia all'interno che all'esterno di queste prigioni. Inoltre centinaia di migliaia di persone che non sono riuscite a raggiungere i campi principali sono tagliate fuori dai soccorsi umanitari a causa del perdurare del conflitto.
Questo clima di insicurezza incide anche sulle organizzazioni umanitarie?
Sì, assolutamente, incide anche sugli operatori umanitari. Nel corso dell'ultimo anno abbiamo dovuto ridurre il numero dei nostri progetti perché gli scontri ci hanno costretto ad evacuare o perché abbiamo subito degli attacchi nei nostri “compound” o a causa dell'insicurezza sulle strade. L'unico modo per raggiungere alcune strutture e per gestire le cliniche mobili è l'automobile ma gli attacchi agli operatori umanitari e ai loro veicoli sono sempre più numerosi. L'anno scorso sono stati rubati oltre 100 veicoli di agenzie umanitarie e quest'anno siamo già oltre i 50 veicoli rubati. È un dato molto significativo dal momento che sulle strade ci sono sempre meno organizzazioni umanitarie.
Cosa possiamo dire riguardo allo stato di salute della popolazione? Riceve l'assistenza sanitaria di base?
Negli insediamenti e nei campi sfollati più grandi la gente riceve cibo, acqua, ripari e assistenza sanitaria di base, ma solo grazie alle attività di soccorso senza precedenti per il Darfur. Nelle nostre strutture sanitarie diamo assistenza a circa 500.000 sfollati e i principali problemi riscontrati dal nostro staff medico sono la diarrea e le affezioni respiratorie (soprattutto nei bambini al di sotto dei 5 anni). Nelle località lontane dalle città principali, per le quali MSF ha di recente potuto verificare la situazione sanitaria, continuiamo a riscontrare morbillo, meningite e malnutrizione. Dappertutto la sopravvivenza della gente dipende totalmente dagli aiuti umanitari. Per quanto riguarda le persone che non sono raggiungibili perché sono state sfollate in seguito al conflitto e/o perché non sono in grado di raggiungere le città o i campi, è difficile dare una valutazione. Non abbiamo praticamente accesso a questi gruppi per cui è difficile valutarne lo stato di salute. Ovviamente questa mancanza di informazioni desta molta preoccupazione.
Ci può dare un quadro delle principali attività di MSF in Darfur per far fronte ai bisogni della popolazione?
La presenza sul terreno di altre organizzazioni umanitarie (in Darfur sono presenti oltre 80 organizzazioni e circa 13.000 operatori umanitari) ha consentito a MSF di concentrarsi quasi esclusivamente sulle attività mediche. Questi progetti costituiscono attualmente la più vasta operazione di MSF a livello mondiale. Quasi 2000 operatori di MSF forniscono assistenza sanitaria di base nelle città e nei campi sfollati utilizzando anche le cliniche mobili per raggiungere le popolazioni più isolate. In vari ospedali di riferimento, i team medici di MSF svolgono anche attività di medicina d'urgenza, prestazioni chirurgiche per i casi più gravi e servizi sanitari specifici per le vittime di violenza sessuale.
Quali sono oggi le principali sfide per MSF in Darfur?
Oggi la sfida principale è quella di raggiungere le persone che vivono in aree prive di aiuti: località che abbiamo dovuto evacuare per i continui combattimenti e altre località esterne ai campi. Sappiamo che ci sono popolazioni sparse nella regione che sono totalmente prive di qualsiasi assistenza umanitaria. Raggiungere questa gente resta il nostro obiettivo principale.
Da varie parti si richiede un intervento militare per facilitare una soluzione del conflitto. Lei cosa ne pensa?
Dobbiamo essere estremamente chiari: MSF è un'organizzazione umanitaria. Noi siamo in Darfur per portare i soccorsi umanitari e non per trovare una soluzione al conflitto. Noi siamo sempre preoccupati quando veniamo a sapere che le altre organizzazioni umanitarie richiedono un intervento militare. Per lavorare nelle zone di conflitto è essenziale che le organizzazioni umanitarie restino neutrali e indipendenti. Il fatto di venire percepiti come un'organizzazione che sostiene una parte piuttosto che un'altra mette a repentaglio la sicurezza dei nostri team e limita il nostro accesso a determinate aree e popolazioni.
Quanto invece alle altre soluzioni proposte – come ad esempio i corridoi umanitari scortati da militari – devo dire che sembrano essere il risultato di un'analisi estremamente semplicistica della situazione. Dopo la firma del trattato di pace del Darfur nel maggio 2006, abbiamo assistito a una frammentazione delle parti armate con decine di gruppi coinvolti nel conflitto. Fazioni che prima avevano il controllo di alcune aree ora non hanno più il controllo sulla popolazione mentre in altre aree si sono verificati nuovi scontri tra fazioni diverse. La situazione è resa ancora più grave dal diffuso fenomeno del banditismo. La situazione è molto complessa e qualsiasi soluzione semplicistica è discutibile.
Qual è la sua opinione in merito alla proposta di corridoi umanitari protetti dall'esercito?
Si tratta di una situazione estremamente complessa nella quale la violenza è assai diffusa e perpetrata a vari livelli, in una regione grande come la Francia. In un contesto come questo non mi sembra realistico parlare di corridoi umanitari. In realtà un corridoio umanitario vuol dire una serie di convogli di veicoli e generi umanitari che vengono scortati da soldati. In Darfur, se si utilizza una scorta armata o l'esercito, si viene percepiti, da alcune delle parti in guerra, come dei nemici e quindi si perdono la neutralità e l'indipendenza necessarie per accedere alle popolazioni che hanno bisogno di aiuto. Noi abbiamo già delle difficoltà nel raggiungere alcune aree e alcuni gruppi di persone. Per superare queste difficoltà noi dialoghiamo con tutte le parti in causa in modo da far capire loro chi siamo, cosa facciamo, chi vogliamo aiutare e quanto siamo neutrali e indipendenti. I corridoi umanitari potrebbero compromettere tutto questo e fare ben poco per aiutarci a raggiungere coloro che hanno più bisogno di aiuto: le popolazioni disseminate nelle aree esterne ai campi e alle città. Portare aiuti a questa gente resta il nostro obiettivo principale.
Fonte: Medici Senza Frontiere - 02-07-2007
Violenza sulle donne: le femministe sono qui ... ma sono sole
Con la partecipazione del Sostituto Procuratore della Repubblica, dott. Antonio Nicastro e alla presenza del Colonnello Dott. Mario Mennitti, delle più alte cariche dell’Arma dei CC e dei Comandanti dei Reparti dipendenti, venerdì 29 giugno ha avuto luogo presso il Comando Provinciale di Siracusa, il terzo seminario formativo sulla violenza di genere.
Il seminario si inserisce nel quadro della formazione permanente sulla violenza a donne e minori, che il Centro antiviolenza Le Nereidi conduce per gli operatori di tutte le categorie sociali, sin dal 2002 (ad oggi 32 seminari) ed era condotto dalla presidente del Centro siracusano, Raffaella Mauceri, dall’avvocata Mariagrazia Aricò componente dell’Ufficio legale del Centro, e dal citato dott. Nicastro che, nel suo ruolo di componente del Pool antipedofilia, ha relazionato sul tema "Violenza sui minori: l’esperienza del pool antipedofilia del Tribunale di Siracusa"
Il seminario ha fornito strumenti operativi esclusivi elaborati dal Centro Le Nereidi espressamente per le FFOO allo scopo di consolidare e incrementare l’attivissima sinergia di interventi fra l’Arma e il Centro Le Nereidi che, com’è noto, accoglie donne e bambini vittime di violenza presso il reparto materno-infantile dell’Asl. Viva soddisfazione è stata espressa dal Colonnello per l’alta competenza dei conduttori.
Ebbene, questo è soltanto un esempio della qualità del lavoro svolto dai Centri in tutta Italia. Centri che le istituzioni continuano ad ignorare/snobbare/sottovalutare: un profondo, tipico gap fra il paese istituzionale e il paese reale, eppure è così. Non ci credete?
Un esempio eclatante è stata la mega-conferenza della famiglia organizzata dalla Bindi. C’ero anch’io a quella conferenza nel doppio ruolo di giornalista-editrice e di fondatrice e presidente del Centro antiviolenza Le Nereidi (e di altri due precedenti Centri sperimentali, uno dei quali nel lontano 1989).
C’ero ed ho partecipato alla sessione di lavoro su “Famiglia, violenza e riparazione” dove noi dei Centri, presenti in 8, forti delle nostre competenze e della nostra esperienza, abbiamo fatto ricchi interventi su affido condiviso, azioni di rete, prevenzione nelle scuole, aspetti giuridici, formazione, informazione e quant’altro. Ebbene, sentite che cosa ha riferito il rapporteur della nostra sessione: “... La famiglia tiene, e anche se non mancano ansie, paure e violenza, non siamo entrati nel museo degli orrori. Certamente però l’universo familiare non è sempre quello dei villaggi vacanze”, e allora eccole le questioni che il gruppo coordinato da Elena Gentile e Simona Argentieri mette in evidenza: la prevenzione delle forme di violenza, la necessità di definire figure professionali chiare combattendo il precariato degli operatori delle strutture a sostegno della famiglia, il potenziamento dell’Osservatorio nazionale sulla pedofilia, e infine - in quello che resta un punto controverso - l’affidamento di nuove funzioni ai consultori, da trasformare secondo questo gruppo in veri centri per la famiglia". Ecco qui: non soltanto è stato completamente ignorato il nostro straordinario contributo, i nostri saperi e le nostre proposte, ma i Centri antiviolenza non sono stati neppure men-zio-na-ti!
C’è da stupirsi, poi, se ci tocca assistere a trasmissioni con il solito Crepet e la solita Parsi dove sembra che le donne maltrattate siano soltanto le extracomunitarie? C’è da stupirsi se ad “Anno zero,” dopo avere mostrato anche lì alcuni casi di violenza sulle donne musulmane, le nostre deputate di destra e di sinistra gridavano compatte che “è ora di finirla”, che “bisogna fare assolutamente qualcosa” e che “queste donne non vanno più lasciate sole di fronte alla violenza” ecc...? Alla fine, tutti lì a porsi la solita domanda angosciata: “Ma dove sono le femministe? come mai non scendono in piazza di fronte a queste violenze?” Siamo qui, che diamine! Toglietevi i prosciutti davanti agli occhi e ci vedrete! Da un capo all’altro dell’Italia, abbiamo fondato più di cento centri antiviolenza e aperto più di 80 case-rifugio! Da anni e anni sgobbiamo per restituire alle vittime libertà e dignità, per salvare la vita alle perseguitate e a quelle sull’orlo del suicidio, per recuperare i bambini devastati e per cambiare questa cultura della morte. E tutto aggratis! Dove siete voi, piuttosto? dove diavolo vivete? e perché non ci date una mano ché ve la chiediamo da vent’anni?
di Raffaella Mauceri - 2 luglio 2007 - fonte
Il seminario si inserisce nel quadro della formazione permanente sulla violenza a donne e minori, che il Centro antiviolenza Le Nereidi conduce per gli operatori di tutte le categorie sociali, sin dal 2002 (ad oggi 32 seminari) ed era condotto dalla presidente del Centro siracusano, Raffaella Mauceri, dall’avvocata Mariagrazia Aricò componente dell’Ufficio legale del Centro, e dal citato dott. Nicastro che, nel suo ruolo di componente del Pool antipedofilia, ha relazionato sul tema "Violenza sui minori: l’esperienza del pool antipedofilia del Tribunale di Siracusa"
Il seminario ha fornito strumenti operativi esclusivi elaborati dal Centro Le Nereidi espressamente per le FFOO allo scopo di consolidare e incrementare l’attivissima sinergia di interventi fra l’Arma e il Centro Le Nereidi che, com’è noto, accoglie donne e bambini vittime di violenza presso il reparto materno-infantile dell’Asl. Viva soddisfazione è stata espressa dal Colonnello per l’alta competenza dei conduttori.
Ebbene, questo è soltanto un esempio della qualità del lavoro svolto dai Centri in tutta Italia. Centri che le istituzioni continuano ad ignorare/snobbare/sottovalutare: un profondo, tipico gap fra il paese istituzionale e il paese reale, eppure è così. Non ci credete?
Un esempio eclatante è stata la mega-conferenza della famiglia organizzata dalla Bindi. C’ero anch’io a quella conferenza nel doppio ruolo di giornalista-editrice e di fondatrice e presidente del Centro antiviolenza Le Nereidi (e di altri due precedenti Centri sperimentali, uno dei quali nel lontano 1989).
C’ero ed ho partecipato alla sessione di lavoro su “Famiglia, violenza e riparazione” dove noi dei Centri, presenti in 8, forti delle nostre competenze e della nostra esperienza, abbiamo fatto ricchi interventi su affido condiviso, azioni di rete, prevenzione nelle scuole, aspetti giuridici, formazione, informazione e quant’altro. Ebbene, sentite che cosa ha riferito il rapporteur della nostra sessione: “... La famiglia tiene, e anche se non mancano ansie, paure e violenza, non siamo entrati nel museo degli orrori. Certamente però l’universo familiare non è sempre quello dei villaggi vacanze”, e allora eccole le questioni che il gruppo coordinato da Elena Gentile e Simona Argentieri mette in evidenza: la prevenzione delle forme di violenza, la necessità di definire figure professionali chiare combattendo il precariato degli operatori delle strutture a sostegno della famiglia, il potenziamento dell’Osservatorio nazionale sulla pedofilia, e infine - in quello che resta un punto controverso - l’affidamento di nuove funzioni ai consultori, da trasformare secondo questo gruppo in veri centri per la famiglia". Ecco qui: non soltanto è stato completamente ignorato il nostro straordinario contributo, i nostri saperi e le nostre proposte, ma i Centri antiviolenza non sono stati neppure men-zio-na-ti!
C’è da stupirsi, poi, se ci tocca assistere a trasmissioni con il solito Crepet e la solita Parsi dove sembra che le donne maltrattate siano soltanto le extracomunitarie? C’è da stupirsi se ad “Anno zero,” dopo avere mostrato anche lì alcuni casi di violenza sulle donne musulmane, le nostre deputate di destra e di sinistra gridavano compatte che “è ora di finirla”, che “bisogna fare assolutamente qualcosa” e che “queste donne non vanno più lasciate sole di fronte alla violenza” ecc...? Alla fine, tutti lì a porsi la solita domanda angosciata: “Ma dove sono le femministe? come mai non scendono in piazza di fronte a queste violenze?” Siamo qui, che diamine! Toglietevi i prosciutti davanti agli occhi e ci vedrete! Da un capo all’altro dell’Italia, abbiamo fondato più di cento centri antiviolenza e aperto più di 80 case-rifugio! Da anni e anni sgobbiamo per restituire alle vittime libertà e dignità, per salvare la vita alle perseguitate e a quelle sull’orlo del suicidio, per recuperare i bambini devastati e per cambiare questa cultura della morte. E tutto aggratis! Dove siete voi, piuttosto? dove diavolo vivete? e perché non ci date una mano ché ve la chiediamo da vent’anni?
di Raffaella Mauceri - 2 luglio 2007 - fonte
Asfissiato nei box, giallo diplomatico a Parigi
Il figlio del presidente del Ciad Itno soffocato dalla polvere di un estintore nel garage sotto casa. Aveva dei precedenti per droga.
PARIGI - E’ avvolta nel mistero la morte di Brahim Deby Itno, il figlio cadetto del presidente del Ciad, deceduto nel parcheggio sotterraneo della sua abitazione a Courbevoie, nella periferia di Parigi: il giovane è deceduto per asfissia, avendo aspirato le polveri di un estintore. Lo rivela la procura di Nanterre che cita il rapporto dell’autopsia.
ASFISSIA - Il giovane è morto per «asfissia», probabilmente per aver inalato la polvere bianca di cui è stato trovato cosparso. «La polvere proveniva probabilmente dall’estintore trovatogli vicino», ha precisato la procura, che ha aggiunto che la ferita che è stata riscontrata sul suo capo «non sembra essere legata al decesso».
IL RITROVAMENTO - Brahim Deby, figlio maggiore del presidente del Ciad, Idriss Deby Itno, è stato ritrovato morto questa mattina, verso le 7. A scoprire il cadavere è stato il portiere dell’immobile. Il corpo giaceva vicino alle scale nel parcheggio sotterraneo del palazzo dove abitava. La polizia criminale ha aperto un’inchiesta. Una fonte diplomatica del Ciad a Parigi ha escluso il movente politico per quello che è apparso un omicidio.
L'ARRESTO - Già noto alla polizia, Brahim Deby, 27 anni, era stato condannato a giugno del 2006 a sei mesi di prigione con la condizionale per porto abusivo d’armi e possesso di droga. Fermato all’uscita di un locale notturno parigino, era stato trovato in possesso di un coltello. Durante una perquisizione nella sua abitazione la polizia aveva rinvenuto 250 grammi di cannabis e 2 grammi di cocaina. Dopo questo arresto il padre, il presidente del Ciad Idriss Deby Itno, gli aveva tolto l’incarico di «consigliere tecnico della presidenza della repubblica per la gestione del territorio, l’urbanismo e l’habitat».
02 luglio 2007 - fonte
PARIGI - E’ avvolta nel mistero la morte di Brahim Deby Itno, il figlio cadetto del presidente del Ciad, deceduto nel parcheggio sotterraneo della sua abitazione a Courbevoie, nella periferia di Parigi: il giovane è deceduto per asfissia, avendo aspirato le polveri di un estintore. Lo rivela la procura di Nanterre che cita il rapporto dell’autopsia.
ASFISSIA - Il giovane è morto per «asfissia», probabilmente per aver inalato la polvere bianca di cui è stato trovato cosparso. «La polvere proveniva probabilmente dall’estintore trovatogli vicino», ha precisato la procura, che ha aggiunto che la ferita che è stata riscontrata sul suo capo «non sembra essere legata al decesso».
IL RITROVAMENTO - Brahim Deby, figlio maggiore del presidente del Ciad, Idriss Deby Itno, è stato ritrovato morto questa mattina, verso le 7. A scoprire il cadavere è stato il portiere dell’immobile. Il corpo giaceva vicino alle scale nel parcheggio sotterraneo del palazzo dove abitava. La polizia criminale ha aperto un’inchiesta. Una fonte diplomatica del Ciad a Parigi ha escluso il movente politico per quello che è apparso un omicidio.
L'ARRESTO - Già noto alla polizia, Brahim Deby, 27 anni, era stato condannato a giugno del 2006 a sei mesi di prigione con la condizionale per porto abusivo d’armi e possesso di droga. Fermato all’uscita di un locale notturno parigino, era stato trovato in possesso di un coltello. Durante una perquisizione nella sua abitazione la polizia aveva rinvenuto 250 grammi di cannabis e 2 grammi di cocaina. Dopo questo arresto il padre, il presidente del Ciad Idriss Deby Itno, gli aveva tolto l’incarico di «consigliere tecnico della presidenza della repubblica per la gestione del territorio, l’urbanismo e l’habitat».
02 luglio 2007 - fonte
La tossicodipendenza femminile
È convinzione diffusa che le donne siano lontane dalla droga, dall’alcool, dal fumo per quella sorta di responsabilità che le vede come madri. Invece i dati sono inquietanti, allarmanti.
Sempre di più, squadroni di donne emancipate fanno ricorso a droga - cocaina in primis - alcool e psicofarmaci. Addirittura sembra che siano proprio questi ultimi, uniti ai vari tranquillanti e sedativi, ad essere il tipo di droga preferito dalle ragazze.
Recenti ricerche sostengono che buona parte di queste dipendenze “al femminile” sono dovute ad una sorta di automedicazione degli stati di ansia e di stress, di cui sembra soffri il gentil sesso. In uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità risulta che il 37,5% di donne usa sostanze psicotrope, in particolare cocaina, per combattere la depressione. E sempre dallo stesso studio emerge che tipico della tossicodipendenza femminile è la dipendenza incrociata, il binomio alcool-droga ad esempio.
Gran parte delle ricerche sull’uso della droga e sulle dipendenze vedono la presenza massiccia del genere maschile, ma la realtà, e gli indici lo confermano, stabilisce che le donne utilizzano sostanze psicotrope alla stessa stregua degli uomini e che la tossicodipendenza femminile va trattata diversamente da quella maschile per questioni di genere e di complessità.
Psicologi e psicoterapeuti sono concordi nel ritenere che, ad eccezione di strutture specializzate, per lo più presenti nelle grandi città, le piccole province sono del tutto inattrezzate per sostenere un approccio terapeutico di genere. L’Agenzia Europea delle droghe (OEDT) afferma che “ la maggior parte delle donne è ancora assistita mediante il ricorso a servizi generici”.
Ma è il quadro che emerge dalla dichiarazione resa dall’OEDT (Lisbona 2006) che disarma. In un’epoca di pari opportunità, la donna resta ancora penalizzata. Poiché dai dati ufficiali risulta che, nel complesso, sono di più gli uomini ad assumere droghe e/o morirne, è come se si giustificasse la carenza di ricerche sui trattamenti delle dipendenze nel genere femminile.
Il fatto che i dati statici, dimensionino il problema, non significa che non esiste. Le donne per questioni culturali sono più restie a farsi curare, e quindi difficilmente raggiungibili, sia perché la società tende a colpevolizzare più la donna che l’uomo tossicodipendente (si pensi nel caso in cui fosse madre) e sia per la maggiore resistenza che questa mette nelle cure. Solo 2 donne su 5, in terapia riesce a smettere, a differenza dei maschi il cui rapporto è di 3 su 5. La donna rispetto ad un uomo “presenta più difficoltà di recupero” (Teodoro Macchia ISS).
Lo scenario è cambiato, negli ultimi 5 anni l’uso di cocaina nelle ragazze dai 16 ai 22 anni, è aumentato del 30%. Elena Pioli, psichiatra responsabile del Ser.T. di Lucca, sostiene che le donne ricorrono sempre di più alle droghe o all’uso di alcolici perché “può rappresentare uno status symbol, un segno di distinzione o di omologazione a comportamenti considerati prerogativa esclusiva del sesso maschile, come bere nei locali pubblici; c’è poi l’uso dell’alcol come psicotropo”. È come ammettere la sconfitta del femminismo: raggiungiamo la parità ma sull’alcool e le droghe.
di Anna Ferrigno - 02-07-2007 - fonte
Sempre di più, squadroni di donne emancipate fanno ricorso a droga - cocaina in primis - alcool e psicofarmaci. Addirittura sembra che siano proprio questi ultimi, uniti ai vari tranquillanti e sedativi, ad essere il tipo di droga preferito dalle ragazze.
Recenti ricerche sostengono che buona parte di queste dipendenze “al femminile” sono dovute ad una sorta di automedicazione degli stati di ansia e di stress, di cui sembra soffri il gentil sesso. In uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità risulta che il 37,5% di donne usa sostanze psicotrope, in particolare cocaina, per combattere la depressione. E sempre dallo stesso studio emerge che tipico della tossicodipendenza femminile è la dipendenza incrociata, il binomio alcool-droga ad esempio.
Gran parte delle ricerche sull’uso della droga e sulle dipendenze vedono la presenza massiccia del genere maschile, ma la realtà, e gli indici lo confermano, stabilisce che le donne utilizzano sostanze psicotrope alla stessa stregua degli uomini e che la tossicodipendenza femminile va trattata diversamente da quella maschile per questioni di genere e di complessità.
Psicologi e psicoterapeuti sono concordi nel ritenere che, ad eccezione di strutture specializzate, per lo più presenti nelle grandi città, le piccole province sono del tutto inattrezzate per sostenere un approccio terapeutico di genere. L’Agenzia Europea delle droghe (OEDT) afferma che “ la maggior parte delle donne è ancora assistita mediante il ricorso a servizi generici”.
Ma è il quadro che emerge dalla dichiarazione resa dall’OEDT (Lisbona 2006) che disarma. In un’epoca di pari opportunità, la donna resta ancora penalizzata. Poiché dai dati ufficiali risulta che, nel complesso, sono di più gli uomini ad assumere droghe e/o morirne, è come se si giustificasse la carenza di ricerche sui trattamenti delle dipendenze nel genere femminile.
Il fatto che i dati statici, dimensionino il problema, non significa che non esiste. Le donne per questioni culturali sono più restie a farsi curare, e quindi difficilmente raggiungibili, sia perché la società tende a colpevolizzare più la donna che l’uomo tossicodipendente (si pensi nel caso in cui fosse madre) e sia per la maggiore resistenza che questa mette nelle cure. Solo 2 donne su 5, in terapia riesce a smettere, a differenza dei maschi il cui rapporto è di 3 su 5. La donna rispetto ad un uomo “presenta più difficoltà di recupero” (Teodoro Macchia ISS).
Lo scenario è cambiato, negli ultimi 5 anni l’uso di cocaina nelle ragazze dai 16 ai 22 anni, è aumentato del 30%. Elena Pioli, psichiatra responsabile del Ser.T. di Lucca, sostiene che le donne ricorrono sempre di più alle droghe o all’uso di alcolici perché “può rappresentare uno status symbol, un segno di distinzione o di omologazione a comportamenti considerati prerogativa esclusiva del sesso maschile, come bere nei locali pubblici; c’è poi l’uso dell’alcol come psicotropo”. È come ammettere la sconfitta del femminismo: raggiungiamo la parità ma sull’alcool e le droghe.
di Anna Ferrigno - 02-07-2007 - fonte
700.000 morti l’anno: in Russia è emergenza alcol
L’illustre rivista medica britannica ‘The Lancet’, in seguito ad uno studio guidato dalla ‘European Centre on Health of societies in transition’ di Londra, ha dato notizia di sconcertante primato russo: circa il 43% della popolazione muore per cause legate all’alcol (cirrosi e malattie epatiche in primis, ma anche incidenti).
I russi sono notoriamente forti bevitori di alcolici (si calcola che, in media, un cittadino russo con più di 15 anni sia solito bere ogni anno circa 15,2 litri di alcol puro). Il dato, pertanto, non sarebbe così allarmante se non fosse che le bevande che causano la morte di 700.000 uomini dell’ex Unione Sovietica sono assolutamente fuori dal comune: profumi, dopobarba, antisettici orali e qualsiasi altra bevanda che contenga etanolo.
Il perché? La disoccupazione imperante e le difficili condizioni di vita sociale ed economica nelle quali versa il Paese spinge i suoi cittadini a bere alcol in tutte le sue forme possibili.
Lo studio è opera di un'equipe internazionale di ricercatori, guidato da David Leon, che ha studiato il fenomeno in una tipica città industriale degli Urali - Izhevsk - prendendo in esame uomini dai 24 ai 54 anni d'età, deceduti tra il 2003 e il 2005. I ricercatori hanno intervistato le famiglie di 1750 uomini morti a causa di patologie legate all'alcol, come tumori, cirrosi o avvelenamento acuto; i dati così ottenuti sono stati poi confrontati con quelli di altrettanti uomini in vita. Da qui la sconcertante scoperta. I numeri sono davvero impressionanti, soprattutto se si comparano i dati russi con quelli europei: basti pensare che l’età media di un uomo russo è di 59 anni (17 in meno rispetto all’età media di un uomo italiano) e che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità’, le vittime europee dell’alcol sarebbero 200.000 ogni anno contro le 700.000 registrate in Russia.
La ricerca ha evidenziato come l’alcol resti, almeno in Russia, una consolazione esclusiva del genere maschile: le donne, infatti, vivono in media fino a 72 anni (ben 13 anni in più rispetto ai loro compagni) anche se il gap che le separa dalle donne italiane (che vivono in media fino a 83 anni) è ancora lontano dall’essere colmato.
MFL - 02/07/2007 - fonte
I russi sono notoriamente forti bevitori di alcolici (si calcola che, in media, un cittadino russo con più di 15 anni sia solito bere ogni anno circa 15,2 litri di alcol puro). Il dato, pertanto, non sarebbe così allarmante se non fosse che le bevande che causano la morte di 700.000 uomini dell’ex Unione Sovietica sono assolutamente fuori dal comune: profumi, dopobarba, antisettici orali e qualsiasi altra bevanda che contenga etanolo.
Il perché? La disoccupazione imperante e le difficili condizioni di vita sociale ed economica nelle quali versa il Paese spinge i suoi cittadini a bere alcol in tutte le sue forme possibili.
Lo studio è opera di un'equipe internazionale di ricercatori, guidato da David Leon, che ha studiato il fenomeno in una tipica città industriale degli Urali - Izhevsk - prendendo in esame uomini dai 24 ai 54 anni d'età, deceduti tra il 2003 e il 2005. I ricercatori hanno intervistato le famiglie di 1750 uomini morti a causa di patologie legate all'alcol, come tumori, cirrosi o avvelenamento acuto; i dati così ottenuti sono stati poi confrontati con quelli di altrettanti uomini in vita. Da qui la sconcertante scoperta. I numeri sono davvero impressionanti, soprattutto se si comparano i dati russi con quelli europei: basti pensare che l’età media di un uomo russo è di 59 anni (17 in meno rispetto all’età media di un uomo italiano) e che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità’, le vittime europee dell’alcol sarebbero 200.000 ogni anno contro le 700.000 registrate in Russia.
La ricerca ha evidenziato come l’alcol resti, almeno in Russia, una consolazione esclusiva del genere maschile: le donne, infatti, vivono in media fino a 72 anni (ben 13 anni in più rispetto ai loro compagni) anche se il gap che le separa dalle donne italiane (che vivono in media fino a 83 anni) è ancora lontano dall’essere colmato.
MFL - 02/07/2007 - fonte
USA/ RICERCA MEDICA: UN AMERICANO SU TRE HA PROBLEMI CON ALCOL
Abuso o dipendenza per 42% uomini e 19% donne. Pochi si curano
New York, 2 lug. (Apc) - Un americano adulto su 3 ha o avuto problemi con l'alcol nel corso della sua vita. La dimensione del problema emerge prepotentemente da studio condotto dall'Istituto nazionale sull'abuso di alcol e alcolismo e dall'Istituto psichiatrico dello Stato di New York.
Il 42% degli uomini e il 19% delle donne statunitensi - dicono i dati, elaborati con interviste su un campione rappresentativo di 43.000 persone e pubblicati oggi negli Archivi di psichiatria generale - hanno sperimentato direttamente che cosa significhi essere alcolisti o che cosa comporti, socialmente e legalmente, abusare nel bere.
La dipendenza si presenta in media all'età di 22 anni, e viene affrontata tardi (all'età di 30) e da pochi: il 24% di chi ha il problema affronta un trattamento.
Postato da APCOM - 02-07-2007 - fonte
New York, 2 lug. (Apc) - Un americano adulto su 3 ha o avuto problemi con l'alcol nel corso della sua vita. La dimensione del problema emerge prepotentemente da studio condotto dall'Istituto nazionale sull'abuso di alcol e alcolismo e dall'Istituto psichiatrico dello Stato di New York.
Il 42% degli uomini e il 19% delle donne statunitensi - dicono i dati, elaborati con interviste su un campione rappresentativo di 43.000 persone e pubblicati oggi negli Archivi di psichiatria generale - hanno sperimentato direttamente che cosa significhi essere alcolisti o che cosa comporti, socialmente e legalmente, abusare nel bere.
La dipendenza si presenta in media all'età di 22 anni, e viene affrontata tardi (all'età di 30) e da pochi: il 24% di chi ha il problema affronta un trattamento.
Postato da APCOM - 02-07-2007 - fonte
Procreazione assistita:calo gravidanze 3,6%
Dopo la la legge 40 passate dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005. I dati forniti dal registro nazionale dell'Istituto Superiore di Sanità
ROMA - Calano le gravidanze ottenute con la fecondazione artificiale dopo la legge 40 del 2004. «La percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi passano dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005 con una riduzione del 3,6 per cento». Lo ha comunicato il ministro della SaluteLivia Turco presentando al Parlamento per la prima volta i dati ufficiali del registro nazionale dell'Istituto superiore di sanità relativi all'applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) effettuate nel 2005 in Italia. È aumentata dal 22,7% del 2003 al 24,3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli). Sono aumentati dal 23,4% del 2003 al 26,4% del 2005 gli aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40.
«Auspico che, a tre anni dall'applicazione della legge, si continui a riflettere, con grande rigore e sobrietà, sulla legge medesima, a partire dagli esiti dell'applicazione delle tecniche, al fine di garantire alle donne e alle coppie la migliore efficacia e sicurezza delle tecniche e al fine di garantire al meglio proprio i principi ispiratori dichiarati dalla legge, che sono la tutela della salute delle donne e la tutela degli embrioni», ha detto il Ministro della salute.
I NUMERI - Complessivamente sono stati censiti 169 centri contro i 120 del 2003, dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003, con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003; le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003. Applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 ai prelievi eseguiti nel 2005, si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze; il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13.7% del 2003 al 18.7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003. E' aumentata dal 22.7% del 2003 al 24.3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli); sono aumentati dal 23.4% nell'anno 2003 al 26.4% nell'anno 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004.
Rispetto alla situazione precedente l'entrata in vigore della legge risulta quindi, secondo la relazione in: «una diminuzione delle percentuali di gravidanze, con conseguente diminuzione di bambini nati» una più elevata percentuale di trattamenti che non giungono alla fase del trasferimento o con bassa possibilità di successo (trasferimento di un embrione non elettivo); «un numero di ovociti inseminati minore a fronte di un numero maggiore di embrioni trasferiti», una più elevata incidenza di parti plurimi, con i conseguenti effetti negativi immediati e futuri per i nati e per la madre; «un aumento degli esiti negativi delle gravidanze.
APPLICAZIONE ETEROGENEA DELLA LEGGE - Dalla Relazione emerge inoltre che il panorama dell'applicazione delle tecniche Pma, in Italia, è ad oggi ancora molto ampio ed eterogeneo. Esistono, anche dopo l'applicazione della legge 40/2004, ancora molti centri di II e III livello che svolgono un numero ridotto e in alcuni casi ridottissimo di procedure nell'arco di un anno. Inoltre, data l'esistenza di differenze territoriali Nord-Centro-Sud rispetto ai centri pubblici o privati, nella relazione è stata sottolineata la necessità di un'ulteriore valutazione sui costi a carico delle coppie e sul fenomeno della migrazione delle coppie, da centro a centro, da regione a regione. Dall'età elevata delle pazienti deriva la necessità di incisive ed efficaci azioni di prevenzione delle cause d'infertilità e anche di specifiche campagne informative alle coppie, infertili e non. superiore a 35 anni, nelle donne più giovani e nelle coppie con gravissimo fattore di infertilità maschile.
CENTRI ESTERI - E' stata sottolineata anche la bnecessità di analizzare il fenomeno della migrazione delle coppie verso i centri esteri, non solo per ottenere trattamenti che utilizzano la donazione di gameti o la diagnosi genetica preimpianto (vietati dalla legge 40/2004), ma anche per ottenere l'applicazione delle tecniche con la più alta percentuale di successo possibile» ha sottolineato il ministro.
02 luglio 2007 - fonte
ROMA - Calano le gravidanze ottenute con la fecondazione artificiale dopo la legge 40 del 2004. «La percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi passano dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005 con una riduzione del 3,6 per cento». Lo ha comunicato il ministro della SaluteLivia Turco presentando al Parlamento per la prima volta i dati ufficiali del registro nazionale dell'Istituto superiore di sanità relativi all'applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) effettuate nel 2005 in Italia. È aumentata dal 22,7% del 2003 al 24,3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli). Sono aumentati dal 23,4% del 2003 al 26,4% del 2005 gli aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40.
«Auspico che, a tre anni dall'applicazione della legge, si continui a riflettere, con grande rigore e sobrietà, sulla legge medesima, a partire dagli esiti dell'applicazione delle tecniche, al fine di garantire alle donne e alle coppie la migliore efficacia e sicurezza delle tecniche e al fine di garantire al meglio proprio i principi ispiratori dichiarati dalla legge, che sono la tutela della salute delle donne e la tutela degli embrioni», ha detto il Ministro della salute.
I NUMERI - Complessivamente sono stati censiti 169 centri contro i 120 del 2003, dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003, con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003; le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003. Applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 ai prelievi eseguiti nel 2005, si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze; il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13.7% del 2003 al 18.7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003. E' aumentata dal 22.7% del 2003 al 24.3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli); sono aumentati dal 23.4% nell'anno 2003 al 26.4% nell'anno 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004.
Rispetto alla situazione precedente l'entrata in vigore della legge risulta quindi, secondo la relazione in: «una diminuzione delle percentuali di gravidanze, con conseguente diminuzione di bambini nati» una più elevata percentuale di trattamenti che non giungono alla fase del trasferimento o con bassa possibilità di successo (trasferimento di un embrione non elettivo); «un numero di ovociti inseminati minore a fronte di un numero maggiore di embrioni trasferiti», una più elevata incidenza di parti plurimi, con i conseguenti effetti negativi immediati e futuri per i nati e per la madre; «un aumento degli esiti negativi delle gravidanze.
APPLICAZIONE ETEROGENEA DELLA LEGGE - Dalla Relazione emerge inoltre che il panorama dell'applicazione delle tecniche Pma, in Italia, è ad oggi ancora molto ampio ed eterogeneo. Esistono, anche dopo l'applicazione della legge 40/2004, ancora molti centri di II e III livello che svolgono un numero ridotto e in alcuni casi ridottissimo di procedure nell'arco di un anno. Inoltre, data l'esistenza di differenze territoriali Nord-Centro-Sud rispetto ai centri pubblici o privati, nella relazione è stata sottolineata la necessità di un'ulteriore valutazione sui costi a carico delle coppie e sul fenomeno della migrazione delle coppie, da centro a centro, da regione a regione. Dall'età elevata delle pazienti deriva la necessità di incisive ed efficaci azioni di prevenzione delle cause d'infertilità e anche di specifiche campagne informative alle coppie, infertili e non. superiore a 35 anni, nelle donne più giovani e nelle coppie con gravissimo fattore di infertilità maschile.
CENTRI ESTERI - E' stata sottolineata anche la bnecessità di analizzare il fenomeno della migrazione delle coppie verso i centri esteri, non solo per ottenere trattamenti che utilizzano la donazione di gameti o la diagnosi genetica preimpianto (vietati dalla legge 40/2004), ma anche per ottenere l'applicazione delle tecniche con la più alta percentuale di successo possibile» ha sottolineato il ministro.
02 luglio 2007 - fonte
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