Mamma dopo il cancro alle ovaie

A Bologna primo caso nel mondo


BOLOGNA - E' diventata mamma di due gemelline dopo aver vinto il cancro alle ovaie, grazie alla tecnica degli ovociti congelati. E' il primo caso al mondo ed è stato realizzato al Sant'Orsola di Bologna. La donna, che oggi ha 31 anni, vive in un paese della Basilicata, con due gemelline dagli occhi chiari e il loro papà. Le bambine, che stanno benissimo, hanno dieci mesi. Soddisfatta la dottoressa Eleonora Porcu, responsabile dell'équipe medica: "Sono questi i casi in cui un medico si sente utile".

Nel 2002, a causa della malattia, la donna aveva subito l'asportazione di entrambe le ovaie: era dunque destinata ad essere sterile, vittima di una menopausa assoluta e precoce. Il sogno di diventare mamma è invece diventato realtà. La fecondazione, dopo il congelamento e lo scongelamento dei suoi ovuli, è avvenuto al Sant'Orsola di Bologna: la notizia è stata data dalla dottoressa Eleonora Porcu, responsabile del Centro di sterilità del Policlinico bolognese, in occasione dell'apertura del secondo Congresso mondiale sulla crioconservazione degli ovociti che prende il via oggi a Bologna e andrà avanti fino al prossimo 2 dicembre.

Le ricerche sulla crioconservazione degli ovociti, vedono al primo posto in Italia Bologna, con il Policlinico Sant'Orsola e altri centri privati specializzati all'avanguardia: sono diverse migliaia gli ovuli congelati conservati nel capoluogo emiliano, in attesa che il sogno di diventare mamme possa diventare realtà. Una speranza per le centinaia di migliaia di donne che ogni anno al mondo diventano sterili a causa del cancro, molte della quali in giovanissima età: la mamma della Basilicata si era infatti ammalata tra i 25 e i 26 anni.


La tecnica della conservazione degli ovociti, a differenza del più comune congelamento degli embrioni, è praticabile per tutte le donne, anche quando non c'è ancora un candidato papà, e non è vietata dalle attuali leggi italiane, che hanno invece messo al bando gli embrioni congelati. La maternità della prima mamma "sterile" al mondo è stata assistita dall'equipe medica guidata dalla dottoressa Eleonora Porcu. "Era il sogno che aspettavamo dal 1997 - dice la ricercatrice, che non nasconde l'emozione - dicevamo: chissà se riusciremo a raggiungerlo. Oggi questa famiglia è felice e noi anche: sono questi i casi in cui un medico si sente utile".

A causa del cancro, prima dell'intervento chirurgico di asportazione di entrambe le ovaie, la donna lucana aveva chiesto ai medici bolognesi di congelare i suoi ovociti.
Alcuni di questi, dopo 4 anni, scongelati e fecondati col seme del papà, hanno poi consentito una normale gravidanza che si è conclusa felicemente, lo scorso febbraio, con la nascita delle due gemelle. "Si può stimare - spiega la dottoressa Porcu - che il cancro in generale renda sterili ogni anno 3.500 donne in Italia e alcune centinaia di migliaia nel mondo. Può infatti rendere necessaria, come in questo caso, l'asportazione delle ovaie, o più spesso una chemioterapia che nel 30 per cento delle pazienti distrugge definitivamente gli ovociti".

"Fino ad oggi - spiega ancora la dottoressa - la tecnica abitualmente impiegata per aiutare queste donne era la crioconservazione degli embrioni". Se negli Stati Uniti è possibile la fecondazione degli ovuli anche con seme di donatore sconosciuto, in Italia non si può scegliere l'altro genitore biologico: dunque solo la crioconservazione degli ovuli, conclude la ricercatrice, consente di aspettare anche per anni il momento e la persona propizi per scongelarli e fecondarli.

"Una stima per difetto dei bimbi nati da ovuli congelati è di circa 300 casi in tutto il mondo, di cui almeno 200 in Italia e 150 solo a Bologna. Questi sono però solo quelli oggetto di pubblicazioni scientifiche. E' plausibile che la casistica sia in realtà più numerosa", spiega la dottoressa Porcu.

La prima fecondazione di un ovulo scongelato è avvenuta nel 1986 in Australia (all'83 risale invece la prima nascita da embrione congelato). Il primo parto in Italia, tra i primi al mondo, sempre seguito dallo stesso gruppo di ricercatori bolognesi, risale invece al 1997. Anche qui una bimba che oggi ha 10 anni, sta bene e vive in Veneto.


30/11/2007 - repubblica.it

Tecnostressati, ecco l'identikit

L’identikit di una persona cosiddetta tecnostressata è molto facile da rinvenire: la passione e/o la presenza di tecnologia supera la qualità della vita portando l'individuo ad essere abbastanza incapace di rinunciare e/o convivere con le novità tecnologiche proposte sul mercato.


Ben l'80% degli italiani ne è vittima e, viste le cifre del mercato della telefonia cellulare in Italia, non c'è da di un simile primato. La ricerca che ha portato a questa rilevazione è stata condotta da Netdipendenza Onlus e prende il titolo "L'impatto del tecnostress nella Mobile Work-Life Management."

Lo tecnostress è un fenomeno tenuto sotto attenta osservazione tanto che lo stesso presidente di Netdipendenza, il giornalista Enzo di Frenna, ne ha redatto un libro intitolato "Tecnostress in azienda"; la community Always On ne ha disquisito in un incontro a Milano nel corso di MobileWorkLife 2007.

Praticamente il tecnostressato ha difficoltà di concentrazione, deficit di attenzione, attacchi di panico, incubi, crisi di rabbia e a volte si assenta dal posto di lavoro; lavora con il pc, e Internet, addirittura per 9-12 ore al giorno ed è totalmente incapace di gestire il flusso di modernità tecnologica imperante nella società odierna.

Enzo di Frenna consiglia una formazione mirata e innovativa per affrontare positivamente un simile disturbo. Bisogna capire meglio i meccanismi di funzionamento della mente umana e le rispondenze che il sovraccarico informativo può avere sulla salute. Suggerisce rimedi già utilizzati come la meditazione, l’attività sportiva, l’abitudine a pause rigeneranti e le tecniche solistiche.

Clemente Calabrese - 30/11/2007 - barimia.info

Alcol al volante, fermato recidivo

Comacchio. Fermato ieri notte dai carabinieri conducente in stato di ebbrezza. Erano le 3.30 quando lungo la Romea hanno fermato un’auto con a bordo un uomo, residente a Comacchio, in evidente stato di ebbrezza alcolica. Il successivo test eseguito mediante etilometro ha confermato che il conducente aveva un elevato tasso alcolemico, pari a 2,20 g/l. Nel corso del controllo i militari hanno accertato che l’indagato era sprovvisto di patente guida poiché già sospesa dalla prefettura di Ferrara lo scorso ottobre, in quanto già denunciato per guida in stato di ebbrezza alcolica. In quella circostanza, il test eseguito etilometrico aveva rilevato un tasso di alcol nel sangue pari a 2 g/l.

L’uomo è stato denunciato per guida in stato d’ebbrezza e senza patente. Il veicolo è stato sequestrato per tre mesi.

30/11/07 - estense.com

Ma quali divieti! In discoteca...

Da due mesi nei locali notturni c'è il coprifuoco sugli alcolici: proibito venderli oltre il limite orario stabilito. Ma la realtà è ben diversa: i gestori chiudono un occhio e i ragazzi si ubriacano fino all'alba


Da due mesi nei locali notturni c'è il coprifuoco sugli alcolici: proibito venderli oltre il limite orario stabilito. Ma la realtà è ben diversa. Lo abbiamo verificato passando un weekend sulle più note piste da ballo di Milano. Risultato? Tutto è permesso, dalle sigarette alle pasticche. E mentre i gestori chiudono un occhio (o anche due), i ragazzi si ubriacano fino all'alba

«È un'emergenza nazionale». Con queste parole, la scorsa estate, il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi annunciò l'omonimo decreto antialcol che avrebbe dovuto arrestare le stragi del sabato sera. Nei primi sei mesi dell'anno, 373 ragazzi avevano perso la vita in incidenti stradali durante il weekend, con un incremento del 16 per cento rispetto al 2003. Il decreto, varato i primi di agosto e convertito in legge lo scorso 3 ottobre, prevedeva il divieto di vendere alcol nei locali notturni dopo le due di notte e sanzioni più dure per chi guida ubriaco. Ma il coprifuoco dell'alcol viene davvero rispettato? Donna moderna ha passato due notti in alcune frequentate discoteche milanesi per verificarlo, mescolandosi tra i giovani che ogni fine settimana vengono in città da tutta la regione in caccia di divertimento e trasgressione.

Il risultato? La legge antialcol viene disattesa, aggirata, interpretata, elusa. Così come quella antifumo, del resto. Anche in una grande metropoli come Milano, quindi, dove praticamente in ogni quartiere c'è un posto di polizia, i giovani bevono e fumano fuori orario nei locali senza che nessuno dica loro niente. E i gestori delle discoteche, nella maggior parte dei casi, li servono. Tra i ragazzi gli etilometri ormai sono un gadget alla moda, è vero: se ne trovano di usa e getta, a forma di portachiavi, telefonino, con prezzi che oscillano da pochi euro a 300. A Milano il preside dell'Itis Feltrinelli ne ha persino regalato uno a tutti i suoi studenti. Ma i controlli con l'etilometro da parte delle forze dell'ordine sulle nostre strade, quest'anno, sono stati solo 300 mila. Dieci volte meno che in Spagna o Francia, dove hanno ridotto gli incidenti di oltre il 35 per cento. Qui sotto potete leggere la cronaca delle nostre notti in discoteca. Notti ad altissimo tasso alcolico.


Venerdì

«Alcolizziamoci!». Ore 1 e 30 di un venerdì notte italiano. In una grande discoteca nella zona sud di Milano, l'incitazione del dj non lascia dubbi su come s'intende applicare la legge che impedisce la vendita di alcolici nei locali notturni dopo le due di notte. Stasera è ospite speciale Fabrizio Corona. Per vederlo, sono arrivati da tutta la provincia ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Ma anche minorenni. Alle due scatta il divieto, ma nessuno se ne accorge. Al bancone del bar accanto alla pista si chiede vodka lemon e cuba libre. E il barman mesce a tutto spiano. A sedici anni, Daniela svetta su un paio di stivali neri da dominatrix. Beve vodka Red Bull alla fragola: una bomba da 25 gradi che sa di succo di frutta. «Così sballo senza sentire il saporaccio dell'alcol» dice.

Attorno alla pista, sui tavoli, una selva di portaghiaccio e bottiglie. «Se prenoti un tavolo, puoi farti la scorta» mi spiega Michele, 23 anni, insieme ai suoi amici. «Costa 160 euro. Ma in dieci ne spendi 16 a testa. E bevi quanto ti pare». Dopo due "americano", puntiamo anche noi alla bottiglia. È arrivato Corona. Seduto a un tavolo, brinda a cocktail con i fan. Al bancone chiediamo dello spumante. «Qui diamo soltanto bottiglie di birra. Chiedi a un cameriere» ci rispondono. Ne intercettiamo uno. E inizia una trattativa: 160 euro, 120, 100. Chiudiamo l'affare a 80. «Dove te lo porto?» chiede. Gli indico un tavolo di fianco alla pista. E davanti ai buttafuori, riempio dieci calici.

Sono passate le 2 e mezzo. Scolato lo spumante, guardo l'orologio. Sono le tre. È ora di cambiare discoteca. Prima di uscire, passo dal bar all'ingresso. Qui sono più ligi: alle spalle del barman, un cartello ricorda che dopo le 2 è vietata la vendita di alcolici. «Niente alcol. Solo birra e Bacardi» ci dice il barista. Perché, non sono alcolici? «Sì, ma poco». Prendo due birre per il viaggio. La legge vieta di uscire dalla discoteca con delle bottiglie. Ma nessuno ti può perquisire. Me le infilo nella tasca interna del giaccone ed esco. Sono passate le tre. Mi sono bevuto due cocktail, due calici, una birra e un Bacardi.

In queste condizioni, ci spiegherà Vincenzo Cristiano, presidente di Ala, una onlus che combatte le stragi sulle strade dovute all'abuso di alcol, per legge non potrei guidare. Invece salgo in auto e punto alla prossima discoteca. Qui i gestori sono rigorosi. Ma con pochi risultati. «Alle due il bar chiude. Ma noi ci arrangiamo da soli» mi raccontano due ragazzi al parcheggio. E dall'auto tirano fuori una bottiglia di plastica piena di gin tonic. «Sennò puoi prenderti una birra al "lurido". Ma dopo le leggi antialcol quel maledetto ha raddoppiato i prezzi». Il "lurido" è il camioncino che vende bibite e panini. A Milano c'è n'è uno per ogni discoteca. È una processione: la gente esce, si fa una birra e rientra. La pista da ballo è immersa in una nube densa di fumo. «Se stoppi l'alcol, almeno la sigaretta la lasci libera» commenta Manuela. È argentina, ha 24 anni e studia arte in Italia. «E il fumo non è niente: vietato l'alcol, girano più pasticche». Dei ragazzi le chiedono persino a noi. Non si reggono in piedi. Il nostro "no" li delude. Ma si consolano con la birra del "lurido".


Sabato

A mezzanotte di sabato, a Milano, nel triangolo della movida chic, le piste da ballo sono ancora vuote. Siamo in Corso Como, la zona delle discoteche più alla moda. Qui prima dell'una non balla nessuno. Ma fuori dai pub e dai bar, sin dalle undici, c'è già la coda. E i titolari mandano i camerieri a prendere le ordinazioni in strada. Uno di loro ci spiega come funziona la serata alcolica: «Si comincia alle otto con un paio di cocktail d'aperitivo. Poi si cena con una birra o una bottiglia di vino. All'una si è caldi per ballare». E dopo le due? «L'alcol lo trovi. Nei bar ma anche in discoteca». Verifichiamo. Qui dopo una certa ora non entri se non porti una bella ragazza.

Noi siamo venuti con due amiche. Così ci spalancano le porte. La pista è piccola e buia, la musica ossessiva. Inconfondibile, si spande l'odore di hashish. Manca un'ora al coprifuoco alcolico, ma sui divanetti c'è già chi dorme sfatto con il bicchiere tra le mani. Poco prima dell'ora fatidica, scatta la ressa al bancone: si comprano soprattutto vodka e gin, da miscelare con Red Bull e limonata.

Alle due e mezzo chiediamo al barman quattro bottiglie di birra e una vodka. Ci propone un prezzo spropositato: ancora una volta 160 euro. Rilanciamo a 80. Il barman chiama al telefono qualcuno e fa la sua ultima offerta: «Cento euro». Alla fine mi porto via sei birre per 50. Intanto, ci facciamo servire vodka Red Bull all'arancia e cocktail al rum. Alle tre cambiamo discoteca. Questa volta ne scegliamo una tra le più chic e gettonate.

Ha tre bar. Nel primo, vicino all'ingresso, si servono solo analcolici. Nell'ultimo, infrattato in fondo alla pista, si mesce di tutto. E l'atmosfera è satura. Alcuni universitari, capelli corti da perfettini e maglioncini a rombi alla moda, hanno ordinato 250 euro di vodka e bottigliette di succo di pesca, ribes e tonica. Ballano e urlano sui tavoli.br />Due ragazze di non più di vent'anni, emule di Madonna e Britney Spears, si baciano selvaggiamente, incitate dai loro ragazzi. «Ma non siamo lesbiche: lo facciamo soltanto per divertire gli amici» ci tiene a precisare una di loro, nascosta dietro un paio di occhiali e un apparecchio ai denti alla Ugly Betty. Al bancone servono Sex on the beach: vodka, pesca, arancia, ribes. «E le leggi antialcol?» chiedo al barman. Mi risponde alzando le spalle: «Cosa cambia? Sono già ubriachi. E poi se uno insiste...». Per l'ultimo giro, tiro fuori dalla tasca del giaccone due birre imboscate da prima e me le faccio aprire lì. «Stai tranquillo» dico facendo l'occhiolino al barman. «È tutta roba acquistata rigorosamente prima delle due».

Da due mesi nei locali notturni c'è il coprifuoco sugli alcolici: proibito venderli oltre il limite orario stabilito. Ma la realtà è ben diversa. Lo abbiamo verificato passando un weekend sulle più note piste da ballo di Milano. Risultato? Tutto è permesso, dalle sigarette alle pasticche. E mentre i gestori chiudono un occhio (o anche due), i ragazzi si ubriacano fino all'alba

«È un'emergenza nazionale». Con queste parole, la scorsa estate, il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi annunciò l'omonimo decreto antialcol che avrebbe dovuto arrestare le stragi del sabato sera. Nei primi sei mesi dell'anno, 373 ragazzi avevano perso la vita in incidenti stradali durante il weekend, con un incremento del 16 per cento rispetto al 2003. Il decreto, varato i primi di agosto e convertito in legge lo scorso 3 ottobre, prevedeva il divieto di vendere alcol nei locali notturni dopo le due di notte e sanzioni più dure per chi guida ubriaco. Ma il coprifuoco dell'alcol viene davvero rispettato? Donna moderna ha passato due notti in alcune frequentate discoteche milanesi per verificarlo, mescolandosi tra i giovani che ogni fine settimana vengono in città da tutta la regione in caccia di divertimento e trasgressione.

Il risultato? La legge antialcol viene disattesa, aggirata, interpretata, elusa. Così come quella antifumo, del resto. Anche in una grande metropoli come Milano, quindi, dove praticamente in ogni quartiere c'è un posto di polizia, i giovani bevono e fumano fuori orario nei locali senza che nessuno dica loro niente. E i gestori delle discoteche, nella maggior parte dei casi, li servono. Tra i ragazzi gli etilometri ormai sono un gadget alla moda, è vero: se ne trovano di usa e getta, a forma di portachiavi, telefonino, con prezzi che oscillano da pochi euro a 300. A Milano il preside dell'Itis Feltrinelli ne ha persino regalato uno a tutti i suoi studenti. Ma i controlli con l'etilometro da parte delle forze dell'ordine sulle nostre strade, quest'anno, sono stati solo 300 mila. Dieci volte meno che in Spagna o Francia, dove hanno ridotto gli incidenti di oltre il 35 per cento. Qui sotto potete leggere la cronaca delle nostre notti in discoteca. Notti ad altissimo tasso alcolico.


Venerdì

«Alcolizziamoci!». Ore 1 e 30 di un venerdì notte italiano. In una grande discoteca nella zona sud di Milano, l'incitazione del dj non lascia dubbi su come s'intende applicare la legge che impedisce la vendita di alcolici nei locali notturni dopo le due di notte. Stasera è ospite speciale Fabrizio Corona. Per vederlo, sono arrivati da tutta la provincia ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Ma anche minorenni. Alle due scatta il divieto, ma nessuno se ne accorge. Al bancone del bar accanto alla pista si chiede vodka lemon e cuba libre. E il barman mesce a tutto spiano. A sedici anni, Daniela svetta su un paio di stivali neri da dominatrix. Beve vodka Red Bull alla fragola: una bomba da 25 gradi che sa di succo di frutta. «Così sballo senza sentire il saporaccio dell'alcol» dice.

Attorno alla pista, sui tavoli, una selva di portaghiaccio e bottiglie. «Se prenoti un tavolo, puoi farti la scorta» mi spiega Michele, 23 anni, insieme ai suoi amici. «Costa 160 euro. Ma in dieci ne spendi 16 a testa. E bevi quanto ti pare». Dopo due "americano", puntiamo anche noi alla bottiglia. È arrivato Corona. Seduto a un tavolo, brinda a cocktail con i fan. Al bancone chiediamo dello spumante. «Qui diamo soltanto bottiglie di birra. Chiedi a un cameriere» ci rispondono. Ne intercettiamo uno. E inizia una trattativa: 160 euro, 120, 100. Chiudiamo l'affare a 80. «Dove te lo porto?» chiede. Gli indico un tavolo di fianco alla pista. E davanti ai buttafuori, riempio dieci calici.

Sono passate le 2 e mezzo. Scolato lo spumante, guardo l'orologio. Sono le tre. È ora di cambiare discoteca. Prima di uscire, passo dal bar all'ingresso. Qui sono più ligi: alle spalle del barman, un cartello ricorda che dopo le 2 è vietata la vendita di alcolici. «Niente alcol. Solo birra e Bacardi» ci dice il barista. Perché, non sono alcolici? «Sì, ma poco». Prendo due birre per il viaggio. La legge vieta di uscire dalla discoteca con delle bottiglie. Ma nessuno ti può perquisire. Me le infilo nella tasca interna del giaccone ed esco. Sono passate le tre. Mi sono bevuto due cocktail, due calici, una birra e un Bacardi.

In queste condizioni, ci spiegherà Vincenzo Cristiano, presidente di Ala, una onlus che combatte le stragi sulle strade dovute all'abuso di alcol, per legge non potrei guidare. Invece salgo in auto e punto alla prossima discoteca. Qui i gestori sono rigorosi. Ma con pochi risultati. «Alle due il bar chiude. Ma noi ci arrangiamo da soli» mi raccontano due ragazzi al parcheggio. E dall'auto tirano fuori una bottiglia di plastica piena di gin tonic. «Sennò puoi prenderti una birra al "lurido". Ma dopo le leggi antialcol quel maledetto ha raddoppiato i prezzi». Il "lurido" è il camioncino che vende bibite e panini. A Milano c'è n'è uno per ogni discoteca. È una processione: la gente esce, si fa una birra e rientra. La pista da ballo è immersa in una nube densa di fumo. «Se stoppi l'alcol, almeno la sigaretta la lasci libera» commenta Manuela. È argentina, ha 24 anni e studia arte in Italia. «E il fumo non è niente: vietato l'alcol, girano più pasticche». Dei ragazzi le chiedono persino a noi. Non si reggono in piedi. Il nostro "no" li delude. Ma si consolano con la birra del "lurido".


Sabato

A mezzanotte di sabato, a Milano, nel triangolo della movida chic, le piste da ballo sono ancora vuote. Siamo in Corso Como, la zona delle discoteche più alla moda. Qui prima dell'una non balla nessuno. Ma fuori dai pub e dai bar, sin dalle undici, c'è già la coda. E i titolari mandano i camerieri a prendere le ordinazioni in strada. Uno di loro ci spiega come funziona la serata alcolica: «Si comincia alle otto con un paio di cocktail d'aperitivo. Poi si cena con una birra o una bottiglia di vino. All'una si è caldi per ballare». E dopo le due? «L'alcol lo trovi. Nei bar ma anche in discoteca». Verifichiamo. Qui dopo una certa ora non entri se non porti una bella ragazza.

Noi siamo venuti con due amiche. Così ci spalancano le porte. La pista è piccola e buia, la musica ossessiva. Inconfondibile, si spande l'odore di hashish. Manca un'ora al coprifuoco alcolico, ma sui divanetti c'è già chi dorme sfatto con il bicchiere tra le mani. Poco prima dell'ora fatidica, scatta la ressa al bancone: si comprano soprattutto vodka e gin, da miscelare con Red Bull e limonata.

Alle due e mezzo chiediamo al barman quattro bottiglie di birra e una vodka. Ci propone un prezzo spropositato: ancora una volta 160 euro. Rilanciamo a 80. Il barman chiama al telefono qualcuno e fa la sua ultima offerta: «Cento euro». Alla fine mi porto via sei birre per 50. Intanto, ci facciamo servire vodka Red Bull all'arancia e cocktail al rum. Alle tre cambiamo discoteca. Questa volta ne scegliamo una tra le più chic e gettonate.

Ha tre bar. Nel primo, vicino all'ingresso, si servono solo analcolici. Nell'ultimo, infrattato in fondo alla pista, si mesce di tutto. E l'atmosfera è satura. Alcuni universitari, capelli corti da perfettini e maglioncini a rombi alla moda, hanno ordinato 250 euro di vodka e bottigliette di succo di pesca, ribes e tonica. Ballano e urlano sui tavoli.
Due ragazze di non più di vent'anni, emule di Madonna e Britney Spears, si baciano selvaggiamente, incitate dai loro ragazzi. «Ma non siamo lesbiche: lo facciamo soltanto per divertire gli amici» ci tiene a precisare una di loro, nascosta dietro un paio di occhiali e un apparecchio ai denti alla Ugly Betty. Al bancone servono Sex on the beach: vodka, pesca, arancia, ribes. «E le leggi antialcol?» chiedo al barman. Mi risponde alzando le spalle: «Cosa cambia? Sono già ubriachi. E poi se uno insiste...». Per l'ultimo giro, tiro fuori dalla tasca del giaccone due birre imboscate da prima e me le faccio aprire lì. «Stai tranquillo» dico facendo l'occhiolino al barman. «È tutta roba acquistata rigorosamente prima delle due».


29/11/2007 - donnamoderna.com

Ghb, la droga dello stupro

“Date rape drug”, la droga dello stupro premeditato. Ecco come viene soprannominato negli Stati Uniti l'Acido Gamma Idrossi Butirrico (GHB), un farmaco, o perlomeno nato come tale, usato a partire dagli anni '60 per indurre stati di anestesia.

Usato in Europa nelle terapie dell'alcolismo e della narcolessia, si trova sul mercato clandestino a causa di un suo possibile uso "alternativo". Il GHB, che in gergo viene chiamato Scoop, ha infatti, il potere di annullare le reazioni, impedendo di valutare una situazione o di difendersi e, se ingerito a dosi elevate e mescolato con alcool, fa svanire il ricordo di ciò che è accaduto.

Essendo il GHB inodore ed incolore, è molto difficile, se non impossibile, riconoscerlo se versato furtivamente in qualche bevanda. Lo scoop costa poco, e i suoi effetti possono durare dalle tre alle sei ore; può causare stato di coma e morte, depressione respiratoria, soffocamento per ingestione e vomito.

Il traffico avviene soltanto tramite giri illeciti: può essere venduto sottobanco in qualche sexy-shop o su internet. La notizia è venuta fuori proprio dalla cronaca italiana quando, nel 2005 una ragazza di Perugia è stata stuprata all'uscita di una discoteca da più uomini, non ricordandosi però nulla dell'accaduto, a parte il fatto di avere accettato un cocktail da un ragazzo appena conosciuto; la ragazza a quanto pare è stata la prima vittima nel nostro paese di questa droga.

L’unica prevenzione possibile è quella di evitare di accettare bevande da sconosciuti soprattutto quando vengono offerte gratuitamente da contenitori non sigillati o direttamente nel bicchiere.

Alessandra Maratea - 30/11/07 - tifeoweb.it

Sbanda e poi ferisce due bambine alla fermata

Non è la prima volta che ci casca. Nei giorni scorsi è stato trovato di nuovo con tasso alcolico superiore al consentito alla guida di un bus della Spt in servizio tra Comoe Sagnino. Non solo: alla fermata del popoloso quartiere cittadino, forse perchè non lucidissimo, dopo avere sbandato con il pullman ha chiuso anticipatamente la portiera dalla quale stavano scendendo i passeggeri. Due sorelle di 3 e 6 anni rispettivamente sono rimaste ""schiacciate" per qualche attimo ed hanno riportato lievi contusioni come riporta oggi il quotidiano "La Provincia". Per loro tanto spavento, ma niente di realmente grave. Se non la rabbia dei genitori che, oltre ad avere segnalato l'episodio al giornale, vanno all'attacco della Società di trasporto pubblico e chiedono i danni.

Guai seri per l'autista del mezzo, alla sua seconda infrazione simile. Poco dopo è stato rintracciato da una pattuglia della polizia locale e fermato. Invitato a scendere, è stato sottoposto al test dell'etilometro che ha dato esito inequivocabile: era in stato di ebbrezza, proprio come un anno fa quando era già stato appiedato. Patente nuovamente ritorata ed ora a rischio sospensione. Come pure in azienda dove la sua posizione è ora al vaglio dei dirigenti.


30/11/07 - ciaocomo.it

''La verità non si doveva sapere''

di Marco Zavagli

“Erano le 10.30. Arrivarono tre poliziotti. Due in divisa e uno in borghese. Era Nicola Solito, nostro amico di vecchia data. Aprimmo la porta per dire qualcosa ma le parole ci rimasero in bocca. Il suo viso era più eloquente di qualsiasi parola”. È il 25 settembre 2005 e gli Aldrovandi stanno cercando da ore il loro figlio Federico, 18 anni, che non è ancora rincasato. Sarà quel loro amico di famiglia a dirgli che Federico non tornerà.

E le ore precedenti sono fatte di angosciosa attesa per quel figlio che non rincasava e quel letto vuoto, “intatto come era stato lasciato la sera prima”. È Lino, il padre, ad accorgersene la mattina. Sono le 7.15 e fa chiamare Federico dalla moglie. Nessuna risposta. Dopo diversi tentativi prova con il suo cellulare (“nel display di Federico Patrizia era registrata come “mamma”, io ero “Lino””). Risponde una voce che chiede di qualificarsi e spiega che “avevano trovato il cellulare di mio figlio sopra una panchina in via Ippodromo e che stavano facendo degli accertamenti”. “Poi nulla – continua Lino -; ho richiamato ma nessuno rispondeva più; anche in questura non sapevano darci spiegazioni”. Poi alle 10.45 arrivano i tre poliziotti.

Inizia così il calvario della famiglia Aldrovandi. Un calvario che Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi ricostruiscono passo dopo passo davanti al giudice nel corso della seconda udienza che vede quattro agenti di polizia imputati per l’omicidio colposo del loro figlio.

Allora la prima versione parlò di un malore, versione “contraddetta” da un titolo sul “Carlino” locale che scriveva “Federico era sfigurato”.

“Fummo convocati in questura – racconta la madre -; pensai che il questore volessi darci il proprio conforto, allora non sapevamo ancora delle percosse; solo mio cognato aveva visto Federico e aveva pensato che fosse stato investito da un camion”. “E invece in Ercole d’Este – continua Moretti – ci hanno chiesto perché avevamo dato quella versione alla stampa. Il questore di allora ci disse che avevano parlato di un “malore” in occasione della morte di mio figlio solo per farci un favore, “quasi fosse uno di noi”; disse anche che i quattro agenti avevano subito delle ferite ma non si sarebbero rivalsi contro la nostra famiglia”.

“Sapeva benissimo che non era così. Evidentemente – aggiunge lapidaria la madre – la notizia non doveva trasparire, la verità non si doveva sapere”.

I genitori in quel momento non sanno ancora nulla dei manganelli e della violenta colluttazione ingaggiata da Federico in via Ippodromo con Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani. Fu l’ispettore della Digos Nicola Solito, loro amico di famiglia, a suggerire l’ipotesi che – come riporta la Moretti – “se fosse mio figlio mi rivolgerei a un avvocato e a un medico legale”.

Ed è lo stesso Solito qualche giorno dopo la morte del ragazzo a chiamarli per dirgli, secondo le parole riportate dalla madre, “liberatevi di quell’avvocato (che lui stesso aveva consigliato, ndr) che fa confusione”, per poi dare un messaggio del tutto contraddittorio come “comunque sono un padre anch’io e fate quello che vi dice il cuore” (parole sempre riportate dalla Moretti).

Poi ci fu l’incontro con il questore di allora, Elio Graziano, “che negò – ricorda Moretti – che ci furono delle percosse prima ancora che venisse fatta l’autopsia; il nostro medico legale invece ci disse che si vedevano lividi dappertutto”. “Poi arrivò il capo della squadra mobile – aggiunge – a dirci che sono cose che succedono anche nelle migliori famiglie; da lì abbiamo avuto la netta sensazione che si parlasse di droga e di morte per overdose”.

Queste le fasi salienti delle testimonianze rese dai genitori di Federico Aldrovandi, seguite poi da quelle dei suoi amici, che si sono protratte dalle 9.30 di mattina fino alle 9.20 di sera. Al termine dell’udienza le parti di comune accordo hanno rinunciato all’escussione di alcuni testi (tra cui Luca Pagliarini), mentre tre degli amici di Federico verranno sentiti il 7 dicembre (si tratta di Burini, Mengoli e Malservigi), insieme a una dozzina di residenti di via Ippodromo (quelli ritenuti dal giudice più rilevanti per il dibattimento).


30/11/07 - estense.com

"Test per l'Hiv a 16 anni. Senza genitori"

Roma, 29 novembre 2007 - Abbassare l'età minima per effettuare il test dell'Hiv da 18 a 16 anni, senza l'obbligo di essere accompagnati dai genitori. E' questa la richiesta che l'assessore alla Comunicazione del Municipio XII, Andrea Santoro, farà al Ministero della Salute tramite una petizione tra i giovani della città dal nome "Io amo, io firmo".

LE VOCI - "L'età media del primo rapporto sessuale - ha spiegato l'assessore durante 'I love', la conferenza stampa di presentazione del concerto del 1 dicembre in occasione della Giornata mondiale per la lotta all'Aids - è a 16 anni ed è quindi necessario mettere gli adolescenti in condizione di poter tutelare se stessi consentendo loro l'accesso al test in modo autonomo" . E poi: "E' stata abbassata l'età per votare alle primarie, perché non abbassarla anche per fare il test dell'Hiv?". Pronta la risposta dell'assessore capitolino alla Comunicazione Cecilia D'Elia: "Sono d'accordo, sarebbe molto utile. E' un modo per tutelare le persone".

IL CONCERTO - Durante la rassegna musicale "I love, I live" si esibiranno alcuni gruppi emergenti del Municipio. Inoltre, grazie al contributo dell'assessore comunale D'Elia e ad Adriano Panatta, suo omologo alla Provincia nel settore dello Sport, partirà una campagna con cartoline e pieghevoli che verranno distribuiti negli istituti superiori del territorio, nei centri sportivi e nei principali luoghi di aggregazione giovanile.
Il presidente del XII Municipio Patrizia Prestipino ha sottolineato la volontà di "realizzare una campagna di sensibilizzazione per promuovere una corretta informazione sul virus Hiv, sulle modalità di prevenzione e sulle strutture dove effettuare il test, spesso sconosciute ai ragazzi".


29 novembre 2007 - redazione.romaone.it

Presto braccialetto per prevenire gli errori in sanità

Braccialetti elettronici per identificare in modo sicuro dei pazienti e per prevenire possibili errori, in tutti gli ospedali italiani entro uno o due anni. Il progetto, da realizzarsi in accordo con le Regioni, è stato annunciato ieri da Alessandro Ghirardini, della programmazione sanitaria del Ministero della salute, in occasione del “II Forum Risk Management in sanità”, in corso ad Arezzo.
L’applicazione delle tecnologie per prevenire gli errori in sanità, come ha sottolineato Ghirardini, è fondamentale: “Abbiamo avviato un’indagine con le Regioni per valutare le esperienze già in campo e stiamo per realizzare un programma con la Regione Toscana per la diffusione di cartelle cliniche integrate e con un foglio unico per le terapie, al fine di prevenire errori nella somministrazione dei farmaci”.

Ghirardini considera particolarmente significativa soprattutto l’introduzione del braccialetto elettronico per identificare i pazienti in ospedale (anche al fine delle terapie farmacologiche). “Il progetto è di renderlo obbligatorio negli ospedali, in accordo con le Regioni, entro uno o due anni”.


29 novembre 2007 - ilbisturi.it

Monza, donna denuncia violenza sessuale

Monza, donna denuncia violenza sessuale nei bagni della stazione


MONZA (29/11/2007) - Hanno sentito delle urla provenire dal bagno e all'interno vi hanno trovato un uomo e una donna nudi. È successo domenica scorsa in un bagno della stazione ferroviaria di Monza. La donna, un'italiana, ha raccontato agli agenti della Polizia Ferroviaria di essere stata violentata dall'uomo, un nordafricano, e da altri complici.
Gli agenti non avrebbero però trovato altre persone nei paraggi del bagno. La Polizia ha fermato il nordafricano, ma le indagini sono tuttora in corso.

Lorenza Montanari - 29 novembre 2007 - milano.cronacaqui.it

Basta guerre nel mondo!